Il conte di Palermo – Pergamena 1

Cover guardiani

Come promesso la settimana scorsa, allo scoccare dei 1000 fan su facebook, avrei pubblicato il primo capitolo del secondo romanzo online.
Si tratta di una versione che potrebbe essere quella definitiva, ma di cui non sono sicuro. Bisogna ancora che ci sia una rilettura e che tante cose vengano sistematr. Ma se i miei e vostri Guardiani vi sono mancati, sono lieto di poter condividere con voi questo primo capitolo del secondo romanzo. E ora… Sipario!

Un istante nel tempo e nello spazio. Una prigione di pura energia dalla quale scrutare le epoche. Davanti a quest’essere senza tempo passavano inesorabili le ore dell’umanità. Una dopo l’altra, senza poter intervenire, aveva conosciuto le sciagure di una civiltà della quale non faceva parte. Era rimasto pietrificato dalla violenza, dalla facilità con la quale intere civiltà nascevano e morivano, si auto-distruggevano nel giro di un attimo: per amore, per ambizione, per odio, per invidia, per paura. Interi olocausti, inenarrabili genocidi, caccia alle streghe. Mattoni aggiunti col sangue di innumerevoli vittime, sacrifici di molti per il bene di pochi. Bene che in un istante si sarebbe per sempre perduto nell’immensità del tempo, svuotandosi di ogni significato.
Osservava, scrutava, divorava quella storia. Conosceva quella civiltà meglio di chi vi apparteneva, aveva pianto lacrime amare davanti alla decadenza, alla stupidità, alla follia di alcuni di loro.
E aveva visto.
Aveva visto anche quello che era successo nel luogo in cui era avvenuta la Prima Guerra: la nascita di Ermete Trismegisto e il ritorno di coloro che rispondevano al nome di Guardiani della Luce. La venuta in forma umana dei suoi compagni, per i quali era imprigionato dentro una cella di tempo, spazio e pura energia, fin dalla sconfitta del Demiurgo.
Da allora aveva visto quei quattro ragazzi morire e rinascere in nuove epoche, li aveva visti smarriti e confusi e avrebbe voluto urlare per aiutarli, li aveva sentiti parlare di lui. Da lì. Senza poter intervenire.
Ma forse il tempo era giunto. Forse poteva muovere un passo di quel corpo immateriale e, nonostante le apparenze, così poco umano, così poco in linea con quell’epoca fatta di carne, sangue e violenza. Mancava un solo attimo. Bastava attendere che la sua spada, l’unica in grado di farlo fuggire da quel luogo senza tempo, riprendesse energia e forza e avrebbe raggiunto quell’azzurro pianeta svolgendo i suoi compiti come avrebbe dovuto essere millenni prima se non avesse dovuto sacrificarsi.
Sentiva dentro il suo essere lo squarcio che si stava facendo spazio nell’eternità. Sarebbe uscito da quel posto che ormai aveva considerato la sua dimora e dalla quale pensava non sarebbe mai andato via.
Si voltò verso le pareti da cui aveva osservato la vita umana e provò quasi nostalgia per quello che stava lasciando.
Afferrò con decisione la sua spada, che aveva cominciato a brillare di luce viola all’avvicinarsi dell’immensità, e la strinse. Sentì l’intero creato fluire direttamente in lui dall’energia della spada e scorrere dalla sua mano per tutto il suo corpo, donandogli un nuovo vigore: la perduta sensazione del libero arbitrio.
All’improvviso l’intera cella fu squarciata dal buco nello spazio-tempo e lui vide il pianeta azzurro che lo stava aspettando. La sua figura millenaria si mosse in uno scatto felino.
“È ora!”
Saltò dentro lo squarcio e, sospeso nel vuoto, alzò la sua spada. Pensò a un luogo e a un tempo nel quale c’era un disperato bisogno di lui, ruotò la spada, rivolgendo la punta verso il basso, la girò intorno a sé avvolgendosi in un cerchio di pura energia e sparì dentro il disco di teletrasporto che aveva creato che si richiuse dietro di lui.

Pergamena 1
When? Where? Who? Which?

Quando aprì gli occhi, Cagliostro si ritrovò davanti ad una immensa oscurità. Non era ancora tempo, pensò, cosa stava succedendo? Ma quando emerse dall’oscurità che lo avvolgeva, si guardò le mani e queste erano senza una ruga né alcuna delle cicatrici che si era procurato prima della sua morte. Si specchiò in una delle bare di quercia lucida delle Catacombe dei Cappuccini e vide qualcosa che lo lasciò senza fiato. Non erano solo le mani ad essere tornate quelle di un tempo, le sue carni erano di nuovo giovani come lo erano state prima della sepoltura, il suo era viso pieno di colore e vita. I suoi capelli bianchi e tirati all’indietro erano di nuovo folti e perfettamente pettinati, i suoi denti marci erano ora bianchi e splendenti, i vestiti che indossava sembravano appena usciti da una sartoria di Parigi, i tacchi delle sue scarpe nere e lucide erano perfettamente integri e le sue forze quelle di quando aveva vent’anni.
“Non c’è dubbio.” Si disse, sorridendo compiaciuto. “Questa è opera della Tavola di Smeraldo.” E la sua risata squarciò il silenzio delle Catacombe.
Lui, Giuseppe Balsamo, passato alla storia con il nome di Conte di Cagliostro, famoso per aver ingannato mezza Europa e in grado di sfidare anche la Morte, adesso beneficiava degli effetti del prodigio alchemico che aveva cercato per tutta la sua vita, arrivando a compiere nefandezze indicibili pur di impossessarsene.
Fissò a lungo davanti a sé: la sua vista era quella di un’aquila. Abbassando gli occhi vide centinaia di orbite vuote che lo fissavano impaurite. Erano i bambini delle catacombe e sembravano più forti dell’ultima volta in cui li aveva visti.
“E voi? Cosa fate in piedi?” Ne accarezzò uno delicatamente. “Siete anche voi sotto gli effetti della Tavola di Smeraldo?”
“Noi… Non sappiamo di cosa stia parlando, Signore.” Rosalia Lombardo, la più famosa tra le mummie bambine dei Cappuccini, si fece largo tra i compagni e si mise davanti a Cagliostro.
“Piccola Rosalia.” Cagliostro la conosceva bene. La fama di quella bambina mummia conservata perfettamente era arrivata fino a lui. “Mi stai dicendo che il mio ritorno su questa terra non è stato causato dall’immenso potere della Tavola di Smeraldo che da sempre appartiene ad Ermete Trismegisto? Mi stai dicendo, bambina, che non conosci la favolosa leggenda dei Guardiani della Luce?”
A sentire quel nome, Rosalia sussultò.
“Vedo che ci capiamo. Sai chi sono costoro.” Sorrise Cagliostro. “Ora, dimmi, quale tra loro si è destato questa volta?”
“Io… Non lo so.”
“Non prendermi in giro, lurida infante!” Urlò Cagliostro. “Sento odore di bugie lontano un miglio.”
Si avvicinò a Rosalia e le passo davanti agli occhi le dita. “Ora, parla.”
E la bambina, avvinta dall’incantesimo del malvagio, raccontò di come i quattro Guardiani risvegliati avevano portato via le loro spade dalle catacombe qualche mese prima.
Il sorriso sulla faccia di Cagliostro si fece ancora più largo. I Guardiani della Luce erano tornati sulla Terra come predetto da tutti i veggenti e le scritture alchemiche. Questo significava che Ermete Trismegisto non era troppo lontano e che, grazie a questa nuova possibilità, la Tavola di Smeraldo sarebbe stata sua.
Ridendo si diresse verso l’uscita delle Catacombe e quando fu fuori, il cielo azzurro ed il sole del mezzogiorno lo accecarono. Per la prima volta dopo secoli assaporava la libertà di un corpo umano.
Un corpo che fremeva di energia magica. Qualcosa era successo durante la sua assenza dal mondo terreno. Attorno a lui si aggiravano centinaia di creature magiche. Poteva sentirle tutte, una per una, e poteva vederle mimetizzarsi in mezzo agli esseri umani. Tutto questo fermento del mondo demoniaco era dovuto a una sola sciagura: i Guardiani della Luce. Se loro si erano ridestati, il Demiurgo stava per giungere sulla Terra. Quindi, se fosse riuscito ad impadronirsi della Tavola e avesse catturato i Guardiani, avrebbe potuto offrirli in dono a quel Dio malvagio di cui aveva timore che, di sicuro, avrebbe fatto di lui uno dei suoi Arconti. Ma non bastava, gli avrebbe donato l’intera città di Palermo. Avrebbe riportato la città al suo antico splendore strappando le anime di quegli esseri che la insozzavano e le avrebbe offerte tutte al Demiurgo, avrebbe lasciato intatti solo i palazzi antichi e poi avrebbe generato una nuova razza di palermitani che si sarebbero votati anima e corpo al suo Signore. Sì, avrebbe fatto così. Il Demiurgo ne sarebbe stato felice e lui avrebbe ottenuto la vita eterna al suo fianco in qualità di Arconte.
Ora doveva trovare quella Tavola, ma da solo non poteva fare nulla. Aveva bisogno di aiutanti e forse sapeva anche dove trovarli, anzi sarebbe stato lui a risvegliarli.
Arrivò nel quartiere dov’era nato, Ballarò, e tutte le urla provenienti dal mercato lo stordirono. Doveva al più presto ripulire la sua città da quelle bestie immonde.
Si avvicinò ad uno degli uomini che stava cucinando della carne direttamente in strada.
“Buonuomo.” Disse Cagliostro con fare mellifluo.
“Mi dicesse.” L’uomo alzò la testa dalla brace.
“Ce lo avete un mazzo di carte?”
L’uomo strabuzzò gli occhi. Che razza di richiesta era? Ma si strinse nelle spalle e rispose comunque al signore elegante che gli stava di fronte.
“No, non c’ho tempo per le carte.” E intanto girò la carne sulla brace. “Però c’è mio fratello, Tanuzzu, che di sicuro ce le ha. Lo vede a quel ragazzo laggiù seduto davanti al bar?” Indicò un ragazzo di una trentina d’anni, magro e mal vestito, con i capelli rasati. “Quello è Tanuzzu. Ce lo chieda a lui se ha le carte.”
Cagliostro senza neanche ringraziare, si diresse con i suoi tacchi che rumoreggiavano, verso Tanuzzu.
“Tanuzzu!” Esclamò con fare allegro, come se fossero stati amici da sempre.
L’altro lo fissò sdegnato.
“Ci conosciamo?” Chiese guardando da un’altra parte.
“Mi conoscono tutti qui! Ci sono nato.”
“Io non l’ho mai vista.”
“No, hai ragione. Non vengo da una vita.”
“E da me che vuole?”
“Ce lo hai un mazzo di carte?”
Tanuzzu ebbe la stessa reazione del fratello. “Mi prende in giro?”
“No, no, che dici! Ce le hai queste carte?” Cagliostro cominciava a essere infastidito dalla sfrontatezza del ragazzo.
“Ce le ho, ce le ho.” E Tanuzzu tirò fuori un mazzo di carte siciliane, usurate dallo smodato uso che ne faceva tutti i pomeriggi con i suoi amici.
Cagliostro quasi gliele strappò di mano. Le stese sul tavolo, scartò le figure e le predispose, seme per seme, sul tavolo: Oro, Bastoni, Coppe e Spade. Donna, Cavallo e Re.
Vi soffiò sopra e queste si alzarono. Erano ritte e rigide come se fossero state di legno. Tanuzzu fece un salto dalla sedia.
“Sconvolto?” Gli chiese Cagliostro.
“Faccia lei…”
“Tranquillo.” Gli mise un braccio attorno al collo. “Non dovrai preoccupartene più.” E con un gesto incredibilmente veloce, tirò fuori il cuore dal petto di Tanuzzu.
Il ragazzo si accosciò senza neanche un lamento.
Cagliostro prese il cuore con due mani e lo strizzò sulle carte, bagnandole di sangue.
Le carte presero a gonfiarsi come delle spugne e in pochi secondi un piccolo esercito di dodici persone, quattro nobili re, quattro sicuri cavalieri in sella ai loro destrieri e quattro figure femminili si inchinarono di fronte al loro nuovo padrone.
Cagliostro rise sguaiatamente e poi si dileguò nel vicolo che prendeva il suo nome, con i suoi dodici adepti.
Tutta la gente intorno si diresse verso Tanuzzu, il cui corpo privo di cuore, era stato abbandonato sulla strada.

***

Quell’estate Gabriele, Marco, Carlo e Bruno si erano ritrovati a svolgere svariati lavori per racimolare qualcosa e poter passare una stagione scolastica tranquilla.
Marco in verità era intenzionato a comprare un anello a Ersilia: da quando si erano messi insieme, a Maggio, non aveva avuto molte occasioni di comprarle dei regali e avrebbe voluto fare di più per quella che era la sua prima vera ragazza ufficiale e non una delle tante con cui andare a letto. Così aveva deciso che avrebbe pulito, due o tre volte al mese, l’auto di suo padre, che in cambio gli avrebbe allungato qualcosa.
Carlo aveva intenzione di iscriversi seriamente a una scuola di calcio nella speranza di essere notato da qualche allenatore ed entrare in una squadra un po’ più importante di quella della via Pietro Scaglione. I suoi genitori gli avevano promesso che se avesse aiutato suo fratello nei compiti delle vacanze, la scuola avrebbero potuto pagargliela loro.
Dopo la volta in cui aveva trovato il coraggio di dichiararsi a Loredana e lei lo aveva rifiutato, si era dovuto aggrappare a qualcos’altro che non fosse l’amore. Ma i suoi sentimenti non si erano affatto sopiti e ogni volta che la sua amica gli passava davanti sentiva il cuore balzargli in gola. Eppure, stava cominciando a convincersi di aver commesso uno sbaglio e che Loredana non fosse Solabella. Forse perché lei non ricordava nulla. Se Solabella non voleva ricordare, evidentemente il loro non era il vero amore di cui avevano parlato nelle profondità marine, quindi sarebbe stato meglio lasciar perdere.
Bruno si era semplicemente sentito in difetto rispetto ai suoi amici e aveva preso a lavorare come pizza taxi nello stesso ristorante nel quale lavorava Gabriele come cameriere e nel frattempo aveva deciso che anche quell’anno avrebbe ripreso la scuola anche se non ne aveva alcuna voglia. Giorno dopo giorno a vedere i pizzaioli impastare farina, acqua e lievito per le pizze, gli era venuta voglia di imparare, così parlò con i suoi genitori e si fece iscrivere in un istituto alberghiero.
Gabriele aveva deciso di lavorare quell’estate perché era stanco di dipendere dai suoi genitori, ma soprattutto voleva avere la possibilità di comprare il materiale da disegno più costoso per migliorarsi sempre di più in quello che era il suo sogno, cioè diventare un fumettista.
Continuava a pensare a Marco ma più lo vedeva insieme a Ersilia, più si convinceva che la decisione del suo amico era stata quella giusta. Avrebbe voluto tanto innamorarsi nuovamente, trovare qualcuno che lo avrebbe reso felice, che gli avrebbe di nuovo fatto provare quel devastante batticuore che provava ogni qual volta Marco gli rivolgeva la parola. Eppure, dopo tutto il casino che aveva combinato, non osava neanche pensare di avvicinarsi sentimentalmente a qualcuno. E nonostante i suoi amici gli stessero vicini, nonostante Bruno condividesse con lui tutte le esperienze possibili e immaginabili, proprio grazie a quel legame psichico che condividevano fin da quando Bruno si era risvegliato come Guardiano, e rappresentasse quanto di più vicino a un ragazzo potesse mai aver avuto, Gabriele si sentiva solo. Molto solo. E si sentiva in colpa nei confronti di Elvira, Viviana, Roberta e Monia, le sue migliori amiche, per non riuscire ad essere felice soltanto grazie alla loro presenza.
Stranamente, quell’estate, l’attività demoniaca sembrava insolitamente flebile, nessun grande demone all’orizzonte, nessun nemico da sconfiggere, niente di niente, tranne le rare apparizioni di demonietti più o meno inutili che avevano impegnato assai raramente i quattro Guardiani insieme, lasciandoli liberi di agire singolarmente.
Nico era stato per la maggior parte del tempo a Licata con la sua famiglia: dopo gli avvenimenti del maggio precedente, si era sentito in colpa nei confronti dei suoi quattro Guardiani e il pensiero che la sua amata Laura Lanza di Trabia, contro la quale erano stati costretti a combattere, vagasse ancora sola nell’eternità dell’altro mondo, lo divorava talmente nel profondo che si era chiuso sempre più in se stesso.
Ogni tanto Gabriele e gli altri andavano a fargli visita. Quel pomeriggio di fine agosto, trovarono Nico chino sui libri. Forse gli era tornata anche la voglia di studiare, pensò Gabriele.
“Cosa sono tutti quei libri?” Chiese Marco con fare sgarbato quando Nico li portò in salotto e si risistemò sul grande tavolo nel quale erano appoggiati una ventina di volumi che sembravano pesantissimi.
“Faccio ricerche. Non è che perché non ci attaccano, non sta succedendo niente, eh?” Nico sorrise debolmente.
“Ma non puoi usare internet?”
“Preferisco i libri. Su internet si trovano anche delle cavolate colossali e non posso perdere tempo. Se veramente il Demiurgo sta arrivando sulla Terra allora dobbiamo essere pronti a rispedirlo indietro…” Nico passò lo sguardo su ognuno dei quattro ragazzi presenti. “…O a morire per fermarlo.”
Gabriele rise nervosamente.
“Vorrei prima trovare un fidanzato, grazie!” Disse stemperando la tensione che si stava venendo a creare.
Forse, a causa della scarsa attività demoniaca degli ultimi mesi, ogni volta che veniva nominato il Demiurgo l’atmosfera si faceva cupa e pressante e Gabriele avrebbe voluto passare con i suoi amici solo dei bei momenti. Quando la minaccia del Demiurgo, se mai avessero avuto modo di accorgersene, sarebbe diventata concreta, allora avrebbero cominciato a preoccuparsi, ma per il momento sarebbe stato meglio evitare di appesantirsi troppo e godersi quel momento di pace.
“Comunque, non per fare il guastafeste, ma io, Marco e Bruno dovremmo andare al campetto ad allenarci.” Carlo indicò la sua sacca da calcio.
“Ma che allenamenti! Tra un’ora io e Gabriele dobbiamo andare a lavorare.” Bruno sbuffò. “Sono gli ultimi giorni e siccome mi pagano, meglio se mi faccio vedere.”
“A settembre mi comprerò un sacco di nuovi materiali da disegno.” Gabriele sorrise.
“Dai, andiamo. Devo cambiarmi e prendere le chiavi del motorino. Mi accompagni, Gabriele?”
Gabriele annuì e baciò Nico sulla guancia per salutarlo.
“Mi raccomando.” Gli disse.
“Quello che esce di casa sei tu.” Nico tirò fuori la lingua. “Mi raccomando a te.”
Gabriele lo abbracciò. Passare del tempo con Nico gli mancava, non riuscivano mai a vedersi da soli. Dalla battaglia contro la Baronessa di Carini, Nico si era sempre di più chiuso in se stesso e niente sembrava smuoverlo. Scoprire che i suoi poteri non derivano da una mutazione o da un qualche legame di sangue demoniaco, ma che erano eredità della sua precedente incarnazione, quella di Ludovico Vernagallo, grande amore della Baronessa di Carini, lo aveva cambiato profondamente: il suo legame con i Guardiani della Luce non era casuale e neanche il ritrovamento della Pergamena che ne narrava la leggenda. Nico e i Guardiani erano destinati a combattere ancora fianco a fianco e forse quello sarebbe stato il loro destino nelle vite a venire. Nico, però, sperava che per le sue successive incarnazioni, lui e Laura Lanza avrebbero potuto stare insieme.
Marco si mostrò decisamente preoccupato per Nico, anche se i due di solito non andavano d’accordo.
“Lo vedo malissimo.” Disse rivolto principalmente a Gabriele quando furono sulle scale. “Quasi non ci guardava negli occhi. E i libri? Sembra messo peggio di quando lo abbiamo conosciuto.”
“Si riprenderà.” Gabriele sorrise all’amico. “Le recenti scoperte non lo rendono di certo felice, ma basterà stargli accanto.”
“E quando? Quest’estate lo abbiamo visto pochissimo e non è che sia così portato per stare in mezzo alla gente.” Marco si fece serio. “Bisogna farlo uscire di casa.”
“Troveremo un modo.” Si intromise Carlo.
“Magari la settimana prossima potremmo portarlo a una di quelle passeggiate letterarie che gli piacciono tanto.” Bruno sembrava convinto. “Gli ho letto la mente e stava giusto pensando di andarci. Certo, mi annoierei a morte, ma…” E si strinse nelle spalle.
“Potremmo!” Gabriele era entusiasta. “Vorrei farne una anch’io, in effetti. E smettila di leggere nella mente della gente!”
“Anche io vorrei farne una.” Carlo posò una mano sulla spalla dell’amico, mentre Marco e Bruno sbadigliavano sonoramente.
Quando si separarono, Bruno si fece serio e chiese a Gabriele se effettivamente tra lui e Marco fosse tutto a posto.
“Non è che non ci pensi più…” Confesso Gabriele. “Ma non posso nemmeno imporgli i miei sentimenti. Marco è parte della mia anima, come lo siete tu e Carlo, se lo perdessi per sempre non credo che potrei più vivere.”
“Bah! Vivresti lo stesso. Quello che starebbe veramente male è lui. Quest’estate ho allenato i miei poteri mentali e l’ho usato come cavia…”
“Che hai fatto?!”
“Fammi finire! Ho sbirciato nel cervello di Marco molto più a fondo di quanto faccio di solito.”
“Ma perché proprio lui? Non potevi scegliere me o Carlo?”
“Siete troppo banali. Smettila di interrompermi o mi dimentico quello che stavo dicendo.”
“Vabbè, vai avanti…” Gabriele si mise una mano sulla fronte con fare preoccupato.
“Allora, in sostanza, voi siete un’anima sola scissa in tre, se non ci fosse il tuo influsso sentimentale Marco avrebbe serie difficoltà a provare dei sentimenti. Questo vale per te con il suo coraggio. Se non ci fosse Marco nei paraggi, sostanzialmente se non vi foste mai conosciuti, tu non avresti mai avuto il coraggio di dichiararti gay e se non ci fosse stato Carlo tu non saresti in grado di tenere fede, con forza e fierezza, alle tue convinzioni e a quello che sei. E lo stesso vale per Carlo nei confronti di voi due.”
“Devi smetterla di fare esperimenti con i tuoi poteri mentali.”
“Dai, non lo faccio mai. Solo che ogni tanto ho bisogno di tenermi allenato. Ho anche scoperto una cosa che non ti piacerà.”
“Spara.”
“Gabriele, se mi concentro molto, sono in grado di possedere mentalmente la gente. Non dirglielo, ma con Marco ci ho provato e ha fatto quello che dicevo io. Niente di grave, lo giuro, ma… Ha obbedito esattamente ai miei comandi.”
“Questa cosa è spaventosa. Devi fermarti. Se riaffiorasse Astaroth, ci metteresti in pericolo.”
“Ci ho pensato. Ma i miei poteri mentali stanno cambiando e non riesco a fermarli. Si evolvono da soli. Ma credimi, non vi farei mai del male. E comunque, Astaroth è sotto controllo, non preoccuparti.”
“Se lo dici tu… Se però succedesse qualcosa, per favore, chiedi aiuto.”
“Ma certo.” In quel momento arrivarono sotto al portone del palazzo di Bruno. “Dai, torno tra dieci minuti. Se sali anche tu mia madre è capace di non farci andare al lavoro. È ancora convinta che siamo fidanzati.”
“Ma è pazza?”
“Ehi! Non è che staresti così male, eh?”
“No, non volevo dire questo, ma… Vabbè, lasciamo perdere.” Gabriele arrossì.
“Ahah! Sei un cretino!” E Bruno si chiuse il portone dietro le spalle continuando a ridere.
Gabriele si sedette sulla scalinata e desiderò ardentemente avere qualcosa da leggere per ingannare il tempo. Invece gli toccava stare lì a pensare a cosa sarebbe successo se mai avesse dovuto affrontare Bruno posseduto da Astaroth.
Quando sentì riaprirsi il portone, pochi minuti dopo, si alzò di scatto.
“Hai fatto presto!” Disse sorridendo, ma il sorriso gli morì sulle labbra quando si rese conto che ad aprire il portone non era stato Bruno, ma Fabrizio, il fratello maggiore del suo amico.
“Veramente sono stato fuori tutta l’estate.” Gli rispose l’altro sorridendo.
“Ah, scusa… Credevo fossi Bruno.” Gabriele balbettò arrossendo.
Fabrizio rise. Lui e Gabriele si erano conosciuti a maggio, quando insieme al suo altro fratello minore, Renato, aveva accompagnato i Guardiani a salvare Nico nel castello della Baronessa di Carini, convinto che i ragazzi dovessero andare lì per una ricerca scolastica.
Quella volta Fabrizio aveva visto Gabriele e i ragazzi trasformarsi ma dopo lo stupore iniziale aveva deciso di non dire nulla. Non solo perché i primi giorni dopo l’avvenimento era confuso dato che non si ricordava come aveva fatto a tornare a casa, ma perché i poteri che avevano mostrato Bruno e i suoi amici lo incuriosivano alquanto. Anche Renato li aveva visti, ma Fabrizio lo aveva convinto che fosse un’allucinazione dovuta al caldo della giornata.
Gabriele lo incuriosiva molto più degli altri: lo aveva visto in giro per via Pietro Scaglione qualche volta e gli era sembrato talmente fragile e insicuro, con sempre in mano un fumetto come se fosse stato un’ancora per non lasciarsi sommergere dalla paura, che mai avrebbe potuto immaginare che quel timido ragazzo con gli occhiali possedesse dei poteri magici come quelli che aveva mostrato. Che poi, li aveva solo visti trasformarsi, non aveva idea di cosa facessero in realtà quei ragazzi e di come impiegassero quei poteri. Sicuramente adesso aveva una spiegazione, seppur assurda, per il fatto che suo fratello Bruno sparisse di continuo.
“Come stai?” Fabrizio usò un tono di confidenza con Gabriele.
“Bene…” Gabriele era confuso dal tono del ragazzo. Lo aveva visto un paio di volte e una volta erano stati in macchina insieme ma si erano scambiati pochissime parole. Anche se a ripensarci lui gli aveva fatto l’occhiolino dallo specchietto retrovisore e Bruno gli aveva detto che “gli piaceva”. Ma non avevano mai più affrontato il discorso, né si erano più rivisti dopo, quindi quel tono di confidenza gli sembrava fuori luogo, ma comunque non poteva essere maleducato. “E tu?” Chiese in un fiato.
“Bene, dai. Ho passato l’estate a Carini, nella nostra casa al mare e praticamente non metto piede a Palermo da tre mesi, ma oggi sono tornato. Tu che hai fatto?”
“Ho studiato.” Gabriele abbassò gli occhi. “E letto… Fumetti. Tanti fumetti.”
“Mi ha detto Bruno che disegni.” Gli occhi azzurri di Fabrizio si illuminarono.
“Sì.”
“Allora un giorno dovrai farmi un ritratto.”
“Ah, ma no… Non sono bravo in queste cose. Disegno, ma non in maniera realistica.”
“Bè, allora mi farai in versione fumetto. Magari… Un supereroe. Sembri esperto.”
Gabriele trasalì. Cosa voleva dire? Se avesse potuto toccarlo anche solo per un istante avrebbe usato i suoi poteri psicometrici per leggere le sue intenzioni, ma sarebbe stato azzardato toccare Fabrizio senza alcun motivo. Così si limitò ad annuire con la testa e a sorridere, mentre dietro di lui la luce delle scale si illuminava improvvisamente.
“Dai. Mi sa che mio fratello sta tornando. Io vado. Ci vediamo in giro, eh?”
“In giro. Ok.”
Fabrizio gli si avvicinò e lo baciò delicatamente su una guancia.
Il cuore di Gabriele cominciò a battere vorticosamente. L’altro gli sorrise, salì sullo scooter e andò via senza guardarsi indietro.
Gabriele rimase a fissare il vuoto per qualche istante. Fabrizio era bellissimo e sicuramente gli piaceva, ma il batticuore che gli avevano procurato le sue labbra sulla guancia era stato talmente forte che i suoi poteri psicometrici non si erano nemmeno attivati.
“Cosa fai lì impalato? Dai, che è tardi!” Bruno era ricomparso e aveva quasi sbattuto il portone ma Gabriele non si era accorto della sua presenza.
“Ah, niente. Ho appena parlato con tuo fratello.”
“Quel cretino. Mia madre aveva preparato la cena ma lui aveva “altri impegni”, solo che non ha specificato quali.”
“Non sembrava avesse particolarmente fretta.” Gabriele arrossì.
“Ma che arrossisci, scemo? Che ti ha detto?”
“Niente… Chiacchiere. Ma sono timido, lo sai.”
“Vabbè, dai. Ci aspettano al ristorante, dobbiamo darci una mossa.”
Gabriele annuì e seguì Bruno annusando l’estate che volgeva al termine e che gli procurava una sensazione di nostalgia indescrivibile. Ma a quel punto, seduto sul motorino dell’amico, non era più sicuro se quel vuoto nel cuore fosse la fine dell’estate o il nascere di un nuovo sentimento.

***

Quando tutti i suoi colleghi erano andati a casa, Gabriele stava ancora finendo di sistemare le sedie nella sala del ristorante. A un certo punto si accorse che seduto sul portico della sala esterna c’era qualcuno. Non si trattava di un estraneo ma di Marco che quella sera, per chissà quale motivo, era andato a prenderlo, anche se il ristorante era praticamente dietro l’angolo di via Pietro Scaglione.
Gabriele chiuse sbrigativamente le ultime faccende e poi uscì fuori dal ristorante.
“Te lo ricordi quando abbiamo combattuto qua davanti?” Marco, senza nemmeno salutarlo, indicò il largo piazzale alberato di via Brunelleschi nel quale avevano affrontato Astaroth e Mano Nera e avevano sviluppato la Spirale di fuoco e vento.
Gabriele arrossì e fece sì con la testa. Ricordare quella sera lo faceva sentire a disagio. Se per Marco creare quel potere insieme poteva non aver significato nulla, per lui era stato come unirsi in un’unica persona. Ed era sicuro che quella sensazione di disagio e svuotamento non lo avrebbe più lasciato per il resto della vita.
Dopo qualche istante nel quale erano stati in silenzio seduti su una delle panchine davanti al ristorante, guardando il cielo terso di fine agosto, Marco aprì bocca.
“Gabriele… Non ne posso più.”
“A che ti riferisci?”
“A Ersilia.”
“Sei impazzito?”
“No, giuro, Gabriele. Mi sta asfissiando.”
“Ma di che parli? Non vuoi stare più con lei?”
“No, no, che dici! Certo che voglio stare con lei!”
“E allora qual è il problema? Fammi capire…”
“Da tutta, e sto dicendo tutta l’estate, lei sta aspettando la parolina.”
“La parolina?”
“Sì. La parolina. La sai.”
“Mmm… No…”
“Dai, Gabriele. Una volta me la hai pure detta tu…”
“Marco? Deciditi a parlare o non rispondo di me.”
“Ok, ok! La parolina. Lei vuole sentirsi dire “ti amo”.”
Gabriele scoppiò in una fragorosa risata che risuonò per tutto il piazzale.
“Starai scherzando? Sei terrorizzato da una frase? Ma poi, Ersilia non è certo una che pretende una cosa del genere.”
“Gabriele, lo so per certo! Sta continuando da tutta l’estate ad alludere, a fare domande… Una volta mentre stavamo facendo…”
“Ehi! Non voglio sapere niente!”
“Scusami. Mi dimentico sempre.”
“Ma che c’entra, Marco. Mi imbarazzo e basta. Tranquillo che mi è passata. Continua…”
“Vabbè. Un giorno le è scappato, è arrossita ma non lo ha ritirato.”
“Marco, ma le è scappato. Mica puoi pretendere che lei non provi sentimenti o non desideri di più. Però lasciatelo dire…” Gabriele mise un braccio intorno alle spalle del suo amico, che per un attimo sussultò. “Ersilia non pretende nulla. Dai, la conosci. Non metterti addosso problemi che non ci sono.”
Marco sospirò.
“Forse hai ragione… Lo sapevo che mi avresti fatto ragionare.”
“E comunque, non dicevi che era quella giusta?”
“Lo è. È la prima che ho portato a casa dei miei, la prima che ho presentato a tutti come la mia ragazza, ma non riesco a dirle quelle parole.”
“E l’anello?”
“Ho detto che lo avrei comprato, non che glielo avrei dato.”
“Molto sensato…”
“Gabriele, credimi, non sono mai stato così preso da qualcuno, ma… Ho paura.”
“Marco Scardella ha paura. Ho sentito questa frase due volte in un anno e tutte e due le volte aveva a che fare con i sentimenti.”
“Non credi che siano molto più spaventosi di qualunque demone?”
“Non del Demiurgo.”
“Non del Demiurgo, giusto.”
“Dovresti lasciare che le cose vadano come devono andare. Marco, Ersilia ti ama e, inutile che fai il difficile, anche tu la ami, quindi potete benissimo continuare a stare insieme senza impazzire.”
“Basta. Cambiamo discorso! Hai detto al tuo capo che sabato è il tuo ultimo giorno di lavoro? Domenica le ragazze vogliono andare al mare. E potrebbe essere l’ultima volta questa estate.”
“Certo che sì. Viene anche Bruno. E forse anche Renato.”
“Facciamo i baby sitter adesso?”
“Ha due anni meno di te. E non è che ce lo appioppano! Semplicemente gli piacerebbe conoscerci meglio. Gli stiamo molto simpatici.”
“Se lo dici tu. Già non ne sopporto uno di fratelli Manfredi, figuriamoci due.”
“Sei il solito guastafeste.”
“Vabbè, dai. Non è un problema. Faccio lo scemo. Domenica tieniti pronto che ci facciamo una delle nostre nuotate.”
“Mi ucciderai.”
E ridendo si incamminarono verso casa.

***

Quella domenica mattina i primi a presentarsi davanti al luogo dell’appuntamento furono Carlo e Loredana. Per tutta l’estate, tacitamente in assenso, avevano deciso di non restare mai da soli, ma quella mattina a quanto pareva i loro amici avevano deciso di boicottarli.
“Se non si presentano entro dieci minuti me ne vado.” Loredana guardava altrove. Era a disagio a rimanere da sola con Carlo, ma allo stesso tempo gli sembrava assurdo che quello che considerava uno dei suoi migliori amici la mettesse così in soggezione.
“Ma no, dai.” Carlo non riusciva comunque a guardarla. Loredana era bellissima nel vestitino bianco che indossava. “Vedrai che arrivano.”
Dopo qualche minuto di silenzio, Carlo decise che non aveva senso starsene così e prese la parola.
“S-sei pronta per la scuola?”
“Oggi?”
“Ma no, scema, dicevo a settembre.”
“E come no? Io e mia cugina avevamo già finito tutti i compiti delle vacanze a luglio.”
“Anche io…”
“Lo so. Me lo ha detto Gabriele.” E in quel momento, per la prima volta dopo mesi, Loredana guardò Carlo dritto negli occhi.
“Già, te lo ha detto lui.” Carlo fissò a sua volta l’amica. “Perché noi due non ci raccontiamo più niente.” Carlo inarcò le labbra in un’espressione addolorata.
Loredana sorrise debolmente e tirò un sospiro.
“Forse dovremmo fare un passo indietro. Quello che ci siamo detti a maggio mi continua a girare nella testa e si è messo in mezzo alla nostra amicizia.” Disse al suo amico che aveva di nuovo abbassato lo sguardo.
“E non ha senso. Noi due eravamo amici prima di qualunque cosa.”
“Noi due siamo ancora amici. E i sentimenti non li possiamo controllare a piacimento. Però abbiamo permesso che si mettessero tra noi.”
“Io… Posso impegnarmi.”
“Anche io.”
E i due amici sorrisero, proprio mentre Marco ed Ersilia uscivano dal portone.

***

Quando arrivarono a Mondello, la spiaggia era piena come se fosse stato luglio. Per i motorini di Carlo, Bruno e Marco non c’era spazio e quando Gabriele e le ragazze arrivarono, ancora gli altri non avevano aperto i teli da mare.
“Lo sapevo che c’era troppo casino.” Monia sbuffò.
“Io me ne torno a casa!” Roberta alla vista di tutta quella gente rabbrividì.
Elvira e Viviana si guardarono complici.
“Di sicuro non possiamo restare qui con tutto questo caos.” Disse Elvira rivolta a sua sorella.
“Sono d’accordo con voi.” Ersilia guardò Marco.
“Di tornare a casa non se ne parla.” Rispose Marco.
“Forse è l’ultimo giorno che possiamo stare tutti insieme così.” Disse Gabriele guardando i suoi amici.
“Ma se ce ne andassimo all’Addaura?” Renato prese la parola sovrastando Bruno che stava per aprire bocca.
E in effetti, l’idea di Renato risultò brillante: all’Addaura non c’era anima viva. I ragazzi stesero i loro teli e andarono a tuffarsi in acqua, quando Gabriele poggiandosi a uno degli scogli attivò inavvertitamente i propri poteri psicometrici e quasi svenne.
Carlo si accorse che il suo amico non si sentiva bene e corse a prenderlo. Lo afferrò per un pelo prima che sbattesse la testa violentemente.
“Gabriele! Tutto bene?”
“Per niente… Qui è successo qualcosa…”
“E lo hai visto?”
“No. Impossibile. È qualcosa che risale a troppi secoli fa. Non ho distinto nulla… Ma fa male.”
“Per favore, stai attento. Tu più di tutti noi sei quello esposto ai pericoli maggiori. Basta un attimo di distrazione e finisci così.” Carlo prese la mano di Gabriele. “Guarda qua.” Gli disse e pensò intensamente alla conversazione avuta con Loredana quella mattina.
“Avete chiarito?” Gabriele sorrise e si mise a sedere.
“Più o meno. Come hai visto proviamo a venirci incontro. E sono sempre più convinto che non sia Solabella. Avrebbe ricordato, altrimenti.”
Gabriele si strinse nelle spalle. Avrebbe voluto consolare l’amico ma non sapeva cosa dire.
Renato sentì perfettamente la conversazione tra i due e vide che Carlo non aveva avuto bisogno di parlare per mostrare qualcosa a Gabriele.
“Sempre più strano…” Disse a voce bassa.

***

L’aria rancida del posto che lo aveva visto nascere gli diede la nausea. Cagliostro non ricordava fosse così nauseante l’odore della sua casa. La colpa era di quegli stupidi palermitani moderni. Nessuno che si curasse di nulla, cumuli di immondizia ovunque e disinteresse.
Tirò fuori le carte da una delle sue tasche e le ritrasformò in esseri in carne ed ossa.
“Ripulite questo posto.” Ordinò alle donne. “E voi cavalieri, siate gentili, mettetevi a guardia fuori dal palazzo.”
I cavalieri non se lo fecero ordinare due volte e in men che non si dica, erano fuori dal portone del palazzo.
“Veniamo a noi, cari re, consigliatemi. Quale delle due palazzine che soffocano la luce dovrei fare crollare per prima? Destra o sinistra?”
Con una voce che sembrava provenire da un’altra dimensione, il re di denari rispose al suo padrone: “La destra signore. La luce arriva da lì.”
Con un gesto fulmineo, Cagliostro si precipitò alla finestra e impose le mani sulla fatiscente palazzina che era parte dello stretto vicolo in cui era nato. Dopo aver recitato strane formule in una lingua probabilmente inventata da lui, spinse con tutte le sue forze l’aria e in men che non si dica, dopo un enorme boato, la luce illuminò l’intera casa mentre polvere e calce entravano dalla finestra.
“Molto bene, Conte.” Disse il re di bastoni.
“Oh, non era nulla.” Rispose Cagliostro con finta modestia. “Era un rudere. Come vedete l’ho abbattuto a mani nude.” E rise volgarmente.

***

Quando i ragazzi tornarono a casa nel tardo pomeriggio, trovarono Nico seduto fuori dal portone del palazzo in cui abitavano lui e Gabriele.
“Ehi! Che fai fuori?” Gabriele era contentissimo di vedere Nico all’aria aperta.
“Finalmente! I vostri telefoni sono spenti.”
Gabriele, Marco, Carlo e Bruno si guardarono e si resero conto di non aver più acceso i cellulari dal loro arrivo al mare.
“Scusaci, non ci abbiamo pensato.” Gli rispose Carlo.
“Vi chiamo da un’ora. A Ballarò è caduta una palazzina all’improvviso.”
“E noi che possiamo farci?” Chiese Marco.
“Dicevano che quattro misteriose figure a cavallo si aggiravano nei dintorni ma che nessuna macchina fotografica, smartphone o cinepresa riusciva a riprenderli.”
“Creature sovrannaturali.” Bruno annusò l’aria ed i suoi occhi diventarono neri. “Sta succedendo qualcosa.”
Gabriele sobbalzò: se gli occhi di Bruno era diventati neri significava che il male non era tanto lontano. Era sfinito dalla giornata al mare, non voleva combattere.
“Dobbiamo andare a vedere che succede.” Disse Nico. “Possiamo utilizzare i vostri scooter?”
“Non c’è problema.” Marco, Carlo e Bruno sorrisero.
Gabriele alzò gli occhi al cielo e si rassegnò, salì sul motorino di Marco e sperò che tutto finisse in fretta.

***

Arrivati a Ballarò, gli occhi di Bruno si fecero ancora più oscuri.
“Nessun dubbio.” Disse arrivando davanti a quello che era chiamato vicolo Cagliostro. “Qualcosa sta succedendo e non è niente di buono.” Si girò verso i suoi amici e li fissò con le iridi nere. “Il sangue è stato versato e l’incantesimo compiuto. Trasformiamoci.”
I quattro ragazzi urlarono i nomi dei loro elementi e si trasformarono nei Guardiani della Luce, dopodichè si disposero a difesa di Nico che nel frattempo aveva assorbito i loro poteri grazie alle sue abilità mimatorie.
I Guardiani fissarono l’immensa oscurità proveniente dalla palazzina ancora intatta accanto a quella crollata, qualcosa di profondamente malvagio si era insediato lì dentro e l’aura oscura che sembrava avvolgerla lanciava lampi di puro orrore.
“Bene, bene, bene.” Dall’ombra, la voce di Cagliostro si fece sempre più vicina, fino a che la sua figura emerse completamente. “I Guardiani della Luce e…” La sua espressione di stupore nel poggiare gli occhi su Nico fu autentica. “Nientedimeno che il leggendario Ludovico Vernagallo. Questa sì che è una novità.”
“Chi sei?” Gli occhi di Nico brillarono di fiamme infuocate. Gabriele e gli altri si strinsero ancora di più intorno a lui.
“Ah, bè, certo.” Cagliostro fece spallucce. “Forse così giovane non mi avete mai visto. Mi presento, sono Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro.” E sicuro di sé, fece un inchino che spiazzò completamente i ragazzi.
“Hai detto Cagliostro? Quello dello scandalo della collana?” Gabriele quasi si avvicinò a lui, ma Bruno lo fermò.
Cagliostro rise di gusto. “Esattamente.” Disse. “Ma sarebbe stato meglio essere ricordato come colui che sfidò la morte.”
“Non ha importanza!” Marco strinse i pugni e fece scintille. “Cosa vuoi?”
Cagliostro gli rise in faccia. “Cosa voglio, bamboccio? Questo non è affar tuo… Quello che ti basta sapere è che adesso questa città è mia e voi me la consegnerete.”
“Col cavolo!” E Bruno scagliò su Cagliostro un stalattite nera che il conte fermò a mezz’aria e ridiresse contro i ragazzi.
Nell’istante in cui stavano per essere colpiti, davanti a loro l’aria si squarciò e un buco nero inghiottì la stalattite.
“Che diavolo succede?” Urlò Gabriele. Ma gli altri stavano guardando stupiti il buco nell’aria dal quale comparve un ragazzo con la divisa viola di un Guardiano della Luce.
Il giovane, che dava le spalle ai quattro Guardiani, brillava e Cagliostro, Nico e i Guardiani stessi vennero accecati dal suo splendore.
“Non siete pronti per questo! Dobbiamo prendere tempo!” Disse il ragazzo girandosi e fissando negli occhi Gabriele. A quel punto prese la sua spada, girò la punta verso il basso e la fece ruotare intorno ai cinque ragazzi e se stesso, creando dal nulla un nuovo buco nello spazio-tempo che si richiuse dietro di loro.

Continua a dicembre in libreria e su http://www.renbooks.it

Un pensiero su “Il conte di Palermo – Pergamena 1

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