Pergamena Extra – Love Buzz

Ogni promessa è debito e finalmente ho avuto modo di pubblicare la storia breve ambientata a San Valentino. Questa Pergamena cita un po’ il “Mago di Oz” e come dicevo prende spunto da una leggenda palermitana dell’800 del secolo scorso.
Il titolo, come tutti i titoli delle Pergamene dei miei Guardiani, è quello di una canzone. In questo caso del 1969 del gruppo Shocking Blue e l’ho scoperta grazie a Puty Ferio Dj. Ne esiste anche una cover dei Nirvana, che poi sarebbe il singolo d’esordio del gruppo nel 1988.
Questa storia è ambientata durante il primo volume, in un punto indefinito tra la Pergamena 8 e la 9.

Pergamena extra
Love Buzz

gabriele

Era una mattina assolata e Gabriele se ne stava seduto in via Pietro Scaglione, nel residence di fronte al suo, aspettando che Marco e Carlo tornassero dalla partita di calcio che stavano giocando.
Non aveva fretta, voleva soltanto leggere tranquillamente i suoi fumetti, quando i suoi due amici arrivarono seguiti da un ragazzo che non aveva mai visto. Il volto nuovo aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi leggermente ribelli, le guance più rosse rispetto al resto del viso, le orecchie a sventola, il fisico tarchiato e le braccia muscolose. Indossava un completo da calcio che gli lasciava le gambe, anch’esse muscolose, completamente scoperte e beveva un succo di frutta all’a.c.e. fissando a turno Marco e Carlo e ridendo alle loro battute. Anche Marco lo guardava e sorrideva con una confidenza che Gabriele non gli aveva mai visto con nessun altro. Nel momento in cui fissò gli occhi del ragazzo, che per un istante brevissimo incrociarono i suoi, il cuore prese a battergli fortissimo, tanto che affondò la testa nel fumetto che stava leggendo tentando di non farsi vedere.
“Ehi, Gabriele!” Il primo a notarlo fu Carlo.
“Ciao.” Gabriele fissò Carlo negli occhi per far sparire tutto il resto.
“Oh, Gabriele!” Marco gli mise un braccio intorno al collo.
“Ehi!” Fu l’unica cosa che il ragazzo riuscì a dire e tornò a guardare per terra.
“Senti, lui è Giovanni. Era alle elementari con me e Carlo!” Marco indicò il ragazzo che era con loro.
“Ciao!” Gli disse Gabriele in un fiato incontrando i suoi occhi per un istante. Quegli occhi gli fecero uscire il cuore fuori dal petto.
“Ciao!” Ricambiò l’altro, che sorrise e riprese a parlare con Carlo del più e del meno.
Quando se andò, Gabriele continuò a seguirlo con lo sguardo fino a che scomparve dalla sua visuale.
“Io… lui…” Disse guardando i suoi amici.
“Cosa?” Marco aveva già il terrore negli occhi.
“Lui… è… è bellissimo.” Gabriele balbettava.
“Non lo so. È un maschio!”
“Gabriele.” Carlo stava per mettersi a ridere. “Comunque gli piacciono le ragazze. E alle ragazze lui piace e anche parecchio.”
“Eh… Resta comunque bellissimo.”
“Com’è che di solito non parli mai di quelli che ti piacciono e questa volta invece sei tutto balbettante?” Chiese Marco ironico.
“Non è uno che mi piace… Lui è semplicemente bellissimo.”
“Ok, lo abbiamo capito! Ora basta!”
Gabriele arrossì e poi alzò la voce.
“Certo, se voi parlate di ragazze è tutto a posto! Appena io faccio un commento su un ragazzo invece improvvisamente diventa tutto pesante, eh?”
“Ok, scusa…” Carlo si avvicinò a Gabriele esitante.
“E invece no! La dovete smettere! Domani non sarà San valentino solo per voi! Ma anche per me che comunque non ho uno straccio di nessuno e non conosco un gay neanche a cercarlo con una lanterna!” E così dicendo si allontanò correndo verso casa.
“Ha ragione…” Carlo guardò Marco.
“Avrà ragione, ma non lo capirò mai.”
“Se è per questo neanche io.”

***

Gabriele si era abbondantemente stancato di tutto: Marco e Carlo erano i suoi più cari amici, ma non lo capivano e pensavano che per lui la vita fosse facile come per loro. Se solo si fossero soffermati a guardare bene si sarebbero accorti che lui era quello più solo di tutti. Solo Nico riusciva a capirlo e quindi andò a trovarlo sperando di trovare del conforto.
“Certo che non ti capiscono.” Gli disse posando una tazza di caffè sul tavolo dopo aver ascoltato il racconto. “Gabriele, nonostante l’amicizia che vi lega e la loro ‘mentalità aperta’, non gli è facile rendersi conto che i tuoi sentimenti sono uguali ai loro. Con gli anni capiranno.”
“Per quegli anni sarò morto da solo!”
“Ma non dire scemenze! Hai sedici anni! Non morirai da solo!”
“Non ci credo proprio.”
“Te ne accorgerai col tempo.”
“Fosse facile.”
“Anche io a sedici anni pensavo che non avrei mai avuto nessuno.”
“Io spero solo di arrivare ai diciassette.”
“Non fare drammi, vedrai che li superi. Mi preoccuperei dei trentatrè, se fossi in te.”
Gabriele lo guardò perplesso.
“Vabbè!” Riprese Nico. “Lascia perdere! Senti, lo hai sentito cos’è successo?”
“Demoni?”
“Non lo so. Ma sono molto preoccupato.”
“Certo che se non mi dici per cosa…”
“Scusa. Ho la testa confusissima. Sto sentendo sempre più storie sstrane. Dicono che c’è gente che passando sotto l’arco di Cruillas scompare misteriosamente. Ritornano qualche giorno dopo, completamente nudi e spogliati di ogni avere che piangono maledicendo chi li ha ridotti così. Non fanno nomi, ma credo ci sia di mezzo qualcosa di sovrannaturale.”
“Vuoi che io e i ragazzi andiamo a indagare?”
“Non sarebbe male. Lo farò io stesso, però. Non potete essere sempre voi Guardiani a sobbarcarvi ogni battaglia.”
“Come vuoi. Ma sarebbe meglio andare tutti insieme. Ora scappo. Devo vedere Elvira.”
Ma quando Gabriele entrò di corsa nel residence nel quale vivevano Elvira e le sue altre amiche, quasi si scontrò con un motorino che usciva dal cancello.
“Ehi!” Disse imbestialito.
“Ohi, Gabriele!” Sulla moto, a sorridere con le guance rosse, c’era Giovanni, l’amico di Marco e Carlo. Indossava un grembiule bianco e un po’ sporco e un cappellino bianco anch’esso.
“G-Giovanni… Che… Che fai?” Gabriele arrossì fino alla punta delle orecchie.
“Stavo lavorando quando ho quasi finito per metterti sotto.”
“Lavorando?”
“Sì, sto facendo delle consegne. Lavoro dal macellaio in via Brunelleschi. Sei venuto qualche volta.”
“Ah… Eh… Non ti ho mai visto, scusa.” Giovanni si ricordava di lui, Gabriele stava per toccare il cielo con un dito.
“Certo, leggi sempre mentre aspetti il tuo turno, oppure scappi via subito. Non guardi in faccia nessuno.”
“Ah… Io…”
“Ma poi, che leggi?”
“I… I fumetti. Leggo… Leggo i fumetti.”
“Ah, Topolino.”
“No, no, altro.”
“Per me i fumetti sono tutti Topolino.” Guardò il display del motorino. “Devo andare! Mi scannano se non torno subito. Oggi abbiamo mille consegne! Ciao!” Mise in moto e sorridendo sfrecciò verso via Brunelleschi.
“Gabriele, che hai che sei così rosso?” Elvira stava fissando Gabriele perplessa.
“Mi… Sono innamorato.”
“E Marco?”
“Lascia perdere Marco. Questo mi sorride e si ricorda di me.”
“Vabbè, tu sei tutto pazzo! Guarda che mi devi aiutare con la lezione sul Giappone! Sei l’unico che ne sa a pacchi!”
“Sì, ok, ma non ti abituare.”
Gabriele continuò a pensare a Giovanni per tutto il pomeriggio e la sera, finché non gli venne in mente che non poteva tirare le cose per le lunghe: forse non aveva speranze, forse a Giovanni piacevano le ragazze come gli avevano detto i suoi amici, ma in ogni caso doveva provarci. Era innamorato di Marco da troppo tempo e non dichiararsi lo faceva soffrire. E per una volta che c’era un altro ragazzo che gli piaceva non poteva far finta di niente. Decise che si sarebbe buttato e raccontò tutto ad Elvira e alla loro amica Rita.
“Come ti ho detto oggi, tu sei pazzo!” Disse Elvira.
“Ma no, Elvi! Invece fa bene!” Le rispose Rita. “Deve trovarselo un fidanzato, prima o poi.”
“Domani è San Valentino. Mi dichiaro e non se ne parla più! Ho un piano!”
“E che piano avresti, sentiamo!” Rita rise.
“Lo aspetto domani quando finisce di lavorare e, sempre se non mi tremano le gambe da morire, gli parlerò molto chiaramente e gli dirò che ho una cotta per lui dopo avergli dato il mio regalo di San Valentino.”
“Ma almeno lo sa che sei gay?”
“Non lo so, Rita.” Gabriele roteò gli occhi. “Forse no. Forse sì…”
“E non pensi di prenderlo alla sprovvista?” Elvira si fece seria.
“Forse. Ma se non glielo dico me ne pentirò.”
“Fai come vuoi. Tanto sai dove venire a piangere.” Elvira rise.
“Già.” Le fece eco Rita.
Gabriele rise a sua volta ma se avesse fatto un buco nell’acqua sarebbe sprofondato nella disperazione.

***

Dopo un’intera giornata passata col cuore in gola a pensare e ripensare a come dire a Giovanni che si era preso una cotta per lui, Gabriele cominciava ad avere dei ripensamenti. Aveva quasi pensato di lasciar perdere tutto, ma era San Valentino e non poteva sprecare quell’occasione. Anche lui voleva un San Valentino speciale e se lo sarebbe preso a costo di fare una figuraccia.
Così, armato di tanta pazienza, si chiuse in cucina e cominciò a preparare un cuore di cioccolato da regalare a Giovanni, come aveva visto fare tante volte nei manga che leggeva. Fece un cuore di cioccolato bianco e soddisfatto del risultato lo lasciò riposare. Alle 19:30 si sistemò davanti alla Macelleria nella quale lavorava Giovanni e pensò a quello che gli avrebbe detto.
“Chi aspetti?” Giovanni con un sacchetto pieno in mano se ne stava sorridente sulla porta del negozio.
“Ah… Io… Nessuno…” Gabriele aveva improvvisamente perso ogni coraggio e nascose la sacca in cui teneva il cioccolato dietro la schiena.
“Devo fare un paio di consegne, ma mi annoio da solo. Vieni con me?”
“Io… Sì. Certo!”
“Prendo il motorino e andiamo.”
Gabriele non poteva sperare di meglio, sarebbe addirittura andato con lui a fare le consegne. Seduto dietro Giovanni che guidava tutto concentrato non si rese conto neanche di dove stavano andando finché il ragazzo non gli parlò.
“Ehi, ma la sai la storia di quelli che spariscono sotto l’arco?”
“Sì. L’ho sentita.”
“Adesso ci passiamo anche noi!”
“Ma no, che dici!”
“Devo fare una consegna proprio lì davanti!”
Giovanni non finì neanche la frase che passando sotto l’arco il motorino venne sbalzato via e lui e Gabriele si ritrovarono per terra mentre il cuore di cioccolato finiva chissà dove.
Gabriele cadde addosso a Giovanni e arrossì vergognandosi come un ladro.
“Scusami!” Disse rialzandosi.
“Maledizione a me, mi sa che ho preso una buca. Scusa tu!”
Gabriele si guardò intorno e vide che il posto in cui erano finiti era tutto nero e non c’era anima viva.
“Siamo ancora sotto l’arco?” Chiese Giovanni.
“Non credo proprio…” Il cuore di Gabriele prese a battere per la paura.
In quel momento una figura di donna si presentò loro innanzi direttamente dalle tenebre. Vestiva come le cameriere delle famiglie nobili dell’800 e camminava come in preda al delirio.
Giovanni con un salto balzò dietro Gabriele.
“E q-questa chi è?” Chiese al ragazzo.
Gabriele non poteva credere che Giovanni si fosse nascosto dietro di lui, a vederlo sembrava coraggioso e forte e invece aveva paura come chiunque altro. E proprio per questo Gabriele adesso doveva ricorrere a tutto il suo coraggio.
“Chi sei?” Chiese alla donna. “Io mi chiamo Gabriele e sono capitato qui per caso.”
“Oh, piccolo sprovveduto, non è un caso.” La donna ridacchiò. “Io vi stavo aspettando. Volete giocare a carte?”
“A carte?” Giovanni non capiva. “Perché dovremmo giocare a carte in un momento del genere?”
“Non abbiamo tempo.” Rispose Gabriele con dolcezza. “Dobbiamo lavorare e tu ci hai fermato.”
“Non volete giocare? Io adoro i giochi di carte. Adoro le scommesse ma nessuno gioca mai con me.” La donna si intristì.
“Ma non possiamo. Non abbiamo tempo.”
“Allora, facciamo così…” Con un movimento delle mani tirò su Giovanni e lo attirò a se. “Scommetto quello che vuoi che tu tieni a questo ragazzo. Se mi batterai a carte potrete andarvene. Altrimenti, lui resterà con me come mio sposo.” Gli mise una mano sulla guancia e lo carezzò delicatamente. “È anche molto bello. Potrebbe essere un ottimo marito.”
“Ehi, pazza!” Gabriele avvampò di gelosia. “Che stai dicendo? Non mettergli le mani addosso!”
“Ah!” Rise la donna. “Avevo ragione! Sei proprio innamorato di lui. Scommessa vinta!”
“I-Innamorato?” Giovanni sbarrò gli occhi e arrossì. Gabriele ignorò la cosa e si rivolse direttamente alla donna.
“Gli voglio bene e non te lo lascerò.”
“Allora ti converrà tornare al tuo vero aspetto, perché da qui non passerai.”
“Il mio vero aspetto?”
“Credi che io non veda chi sei realmente? Guardiano del Vento, se vuoi combattere con me e riprenderti il tuo innamorato, non hai che da mostrarti come sei.”
Gabriele era rassegnato, non poteva in alcun modo trasformarsi di fronte a Giovanni. Mentre tentava di trovare una soluzione, la donna gli scagliò addosso il mazzo di carte che teneva in mano. Il mazzo stregato sembrava fatto di ferro e Gabriele finì dritto per terra.
“E va bene…” Disse con un filo di sangue che gli scendeva dalle labbra sul mento. “Ormai è coinvolto… Ruah!” urlò e in men che non si dica il suo aspetto fu quello del Guardiano del Vento. La donna sorrideva, Giovanni invece aveva spalancato gli occhi ed era terrorizzato. “E ora a noi! Io, Ruha, Guardiano del Vento mi riprenderò il ragazzo che mi piace!”
“M-ma che significa?” Giovanni tremava più nel sentire le parole di Gabriele che nell’essere prigioniero di una donna apparsa dal nulla.
“Ai miei tempi, tutto ciò non c’era! Uomini che amano altri uomini! Quale scherzo dell’inferno!” La donna roteò gli occhi.
“Tu… Tu non sai! Non sai cosa significa amare!”
“Oh, lo so bene.” Carezzò il mazzo di carte. “Io amo il gioco, l’azzardo, l’imprevisto, la vincita!” E saltò su Ruha con uno scatto felino. “Tu? Tu cosa ami? Un amore sterile?”
Improvvisamente attorno a loro tutto diventò chiaro: si trovavano in una casa, probabilmente una villa, piena di porcellane e di oggetti da ricchi.
Giovanni era scomparso.
“Cosa? Dove siamo?” Ruha non capiva.
“Questa è la casa della famiglia Prestigiacomo. Ho prestato servizio qui per tanto tempo… Ma non ho potuto salvarmi neanche così!”
“Cosa vuoi dire?”
“Tanto, tanto tempo fa ero una semplice cameriera e non ero ancora diventata uno spirito in cerca di salvezza. Però avevo una passione enorme per il gioco d’azzardo: che si trattasse di carte, di scommesse o di qualcosa di rischioso, fosse anche solo una riffa, puoi star certo che mi avresti trovato lì. Un bel giorno, scossa dal desiderio di vincere sempre di più, chiesi aiuto. Un aiuto potentissimo, quello del demonio in persona. E lui mi ascoltò! Cominciai a vincere sempre e ad accumulare ricchezze per i miei padroni e per me. Ma una notte, il demonio venne a prendersi la mia anima. Ma come potevo dargliela proprio nel momento in cui mi stavo arricchendo? Gli chiesi di attendere e quando sarei diventata vecchia gliel’avrei data sicuramente. Lui, però, non voleva attendere e tentò di entrarmi dentro. Io mi opposi e le mie urla svegliarono il mio padrone, mentre il demonio si nascondeva dentro me.
Il padrone chiamò uno dei preti della zona che praticò su di me un esorcismo. Il malefico venne scacciato via, ma alla mia morte io venni condannata a restare su questa terra senza far parte dei vivi nè dei morti.”
“E cosa cerchi? Redenzione?”
“Libertà. Adesso ti sfiderò. Se vincerai tu, io sarò costretta a mandare a casa te e il tuo uomo. Ma se vincerò io, sarò libera e tu dovrai vagare qui per l’eternità.”
“Non posso accettare, noi dobbiamo andare a casa. Non posso mettere in pericolo Giovanni.”
“E invece dovrai farlo, giovane Guardiano del Vento! Ora, tra i mille oggetti in questa stanza, solo uno rappresenta il ragazzo. Se capirai quale, allora potrete andarvene. Hai solo tre possibilità.”
“Non puoi chiedermi una cosa del genere! L’ho conosciuto ieri! Che posso saperne di cosa lo rappresenta?”
La donna sorrise. “Se così fosse, la mia vittoria è già scontata, ma so bene che non sarà così facile sconfiggerti. Giovane Guardiano del Vento, si parla di te e delle tue imprese anche in forma umana. Arrivi dritto al cuore della gente e sai leggere bene quello che ogni persona che porta dentro sè. Il dado è tratto.” E così dicendo, scomparve come se non ci fosse mai stata.
Gabriele cominciò a guardarsi intorno: quella casa sconfinata era piena di oggetti uno più assurdo dell’altro. C’erano cose che non aveva mai visto in vita sua e che mai avrebbero potuto rappresentare quello che una persona portava dentro sè. Di fronte aveva vasi, teiere, oggetti classici ma anche cose fin troppo moderne come computer portatili e cellulari, macchine fotografiche e spille, tantissime spille che raffiguravano frasi, persone famose, cantanti, attori, cartoni animati. C’erano dei portafotografie antichissimi e qualche vecchio gatto di marmo e tantissimi animali di porcellana.
Cosa poteva essere diventato Giovanni? Non lo conosceva, non aveva idea di cosa potesse essere una rappresentazione del suo carattere. Forse un oggetto da macelleria? C’erano tanti ganci da macellaio in quel posto e anche dei coltelli enormi. Poteva Giovanni essersi trasformato in un coltello? Forse era diventato uno dei palloni da calcio che stavano in fila innumerevoli sotto la grande credenza di legno che conteneva migliaia di porcellane? Gabriele stava cominciando a confondersi e non solo, quasi non ricordava più il volto del ragazzo per cui si era preso una cotta. E poi, cosa poteva mai rappresentarlo? Voleva soltanto tornare a casa, non poteva perdere tempo. E dov’era finita quella megera?
Comunque, non poteva perdersi d’animo, doveva tornare a casa. Aveva tre possibilità e non poteva sprecarle, nonostante la casa contenesse talmente tante cianfrusaglie che sarebbe stato impossibile indovinare anche se lo avesse conosciuto benissimo.
A un certo punto la sua attenzione fu attirata da un oggetto familiare: il cuore di cioccolato bianco che aveva realizzato era lì, vicinissimo a lui. Ma chissà dov’era finita la sacca. Poco male, se anche Giovanni fosse riapparso in quella stanza, non avrebbe visto il cuore di cioccolato in mezzo a tutte quelle cianfrusaglie e sarebbero tornati a casa senza tragedie.
Fece per andarsene, ma tornò indietro per toccare un’ultima volta il dolce che a malincuore doveva abbandonare lì e in quel momento, non appena sfiorò la liscia e bianca cioccolata, una luce intensa si sprigionò da essa e da lì a qualche secondo Giovanni era di nuovo davanti a lui che lo fissava incredulo.
“L-La cioccolata…” Disse Gabriele a voce alta.
“Ogni promessa è debito.” La donna riapparve accanto a Giovanni. “Siete liberi, Guardiano del Vento. Mi stupisco di come tu abbia fatto a capire che in questa stanza ogni persona appare per come è percepita da chi la vede.”
“Io… Onestamente… Volevo solo toccare il cuore di cioccolato che avevo preparato per lui.”
“Ah, la fortuna!” La donna rise. “Mi toccherà stare ancora qui chissà per quanto. Ma voi, adesso, tornate a casa.” Divise in due il mazzo di carte e Gabriele e Giovanni si ritrovarono in un battito di ciglia davanti alla vespa.
Giovanni guardava Gabriele tra il disgustato e il terrorizzato. Era ancora incredulo per quello che era successo e vedere Gabriele trasformarsi non lo aiutava a tranquillizzarsi. In più, tutta quella storia dei sentimenti di Gabriele nei suoi confronti lo faceva rabbrividire. Perché mai due maschi avrebbero dovuto innamorarsi?
“Io…” Disse Gabriele tornando normale. “Non volevo che andasse così.”
“Quello che hai detto alla donna delle carte… Io non posso accettarlo.”
“Non devi accettarlo. Sono i miei sentimenti.” Gabriele guardò per terra e pensò alle sue amiche per non scoppiare a piangere. “E sono solo miei.”
“Quelli che provi verso di me non sono sentimenti. Tu sei solo un pervertito e questa cosa… Mi fa schifo.”
Gabriele alzò la testa di scatto e le lacrime trattenute cominciarono a scendergli copiose sul volto.
“Ti fa schifo?” Quasi urlò. “Ti fa schifo l’amore?”
“Non è amore.” Giovanni lo fissò dritto negli occhi. “Sei malato.”
A quel punto, Gabriele lo afferrò per il grembiule e sentì tutta la paura e lo schifo che attraversavano i pensieri di Giovanni.
“Hai ragione!” gli urlò. “Il mio non è amore… Non potrei mai amare una persona vuota come te!”
“Fatti curare.” Giovanni strattonò Gabriele e prese il motorino. Con uno scatto da pilota esperto mise in moto e se ne andò fuggendo sempre più lontano.
Gabriele cominciò a piangere. Quando guardò la strisciata di gomme che aveva lasciato la vespa di Giovanni, si accorse che la sacca col cuore di cioccolato era lì davanti ai suoi occhi. Certo, il cuore era completamente in frantumi, ma fortunatamente, protetto dalla plastica e dal sacchetto era ancora mangiabile.
Quando arrivò in via Pietro Scaglione, con il volto gonfio di lacrime, chiamò a raccolta tutti i suoi amici e li radunò alle quattro panchine.
“Che è successo? Stai piangendo…” Carlo e Marco si precipitarono su di lui e lo circondarono. Il ragazzo raccontò la storia in breve.
“Quel cretino!” Marco alzò il pugno picchiando l’aria.
“Certo che ora dobbiamo stare attenti…”Carlo era preoccupato più per la loro identità segreta che per i sentimenti di Gabriele. Quella per Giovanni era una cotta passeggera, e non osava pensare cosa sarebbe successo quando invece Gabriele avesse rivelato i suoi sentimenti a Marco.
“Per quello non c’è da preoccuparsi. Era più sconvolto dai miei sentimenti che dallo spirito della cameriera.” Gabriele sorrise. “Ma non ha importanza.”
Cominciò a frugare nella sacca e ne tirò fuori tanti pezzi di cioccolata che distribuì a tutti i suoi amici.
“Buon San Valentino a tutti.” Disse sorridendo. Guardando i suoi amici e le sue amiche divertirsi insieme pensò che il suo San Valentino speciale ce lo aveva già, ed era quello passato con loro.
“Cavolo, Nico!” Prese un pezzetto del cioccolato di Marco che protestò, e corse verso casa di Nico che se ne stava a leggere un libro davanti alla finestra.
“Ehi!” Disse Nico.
“Buon San Valentino!” E gli lanciò il cioccolato avvolto nella sacca di plastica.
“Tutto bene?” Nico sorrise.
“La storia dell’arco è sistemata.” Gabriele fece il segno della vittoria con le dita. “Ho avuto anche una delusione d’amore!”
“Mi spiace…”
“Comunque sono sicuro che i sedici li supero.”
Si fissarono intensamente e risero.
“Invece di lanciare cioccolata a casa della gente, sali che ti faccio il caffè e mi racconti tutto.”
“Arrivo!”
Il volto di Nico sorridente lo rasserenò. Per lui i suoi sentimenti non rappresentavano una malattia e neanche per le persone che gli volevano bene. E mentre entrava nel portone del palazzo, Gabriele sentì il cuore scoppiargli di gioia e gratitudine per tutto quello che l’universo gli aveva regalato.

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