In blue capitolo 2 – No good for me

Come promesso, eccovi il capitolo 2 di questo sconclusionato romanzo che sarebbe dovuto rimanere nascosto per sempre e che invece ho deciso di darvi in pasto senza nemmeno correggerlo. Si riparte con la storia di Lorenzo e della sua vita a Bologna! Il prossimo capitolo arriva lunedì prossimo!

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In Blue
Capitolo 2
No good for me

 

L’incontro non era stato dei migliori: Lorenzo aveva sempre pensato che il giorno in cui avrebbe rivisto Davide sarebbe stato gentile e gli avrebbe passato una mano su una guancia dicendogli “Quanto tempo…” e poi si sarebbero parlati come se nulla fosse successo. Non era andata così. Si era lasciato travolgere dai sentimenti e lo aveva trattato male. Un trattamento che Davide non meritava.
“Ah, non è mica colpa tua!” Fabio tentava di consolarlo. “Quella cretina non doveva venire a lavorare proprio qui! Possiamo fargli un po’ di mobbing!”
“Ma sei scema? Non dirlo neanche per scherzo… È Davide.”
“Volevo farti un favore. Sei tu quello che l’ha trattato male.”
Era vero.
Quella notte Lorenzo faticò a prendere sonno, e continuando a rimuginare, si rese conto che in quattro anni non era cambiato nulla. Il suo cuore batteva ancora di passione per l’aitante giocatore di rugby.
Forte di quel pensiero, la mattina dopo entrò festante in redazione. Tanto che i suoi colleghi si chiesero se soffrisse di personalità multipla. Si diresse nel suo ufficio e salutò Davide con gentilezza battendogli dolcemente una mano sulla spalla.
Il ragazzo ne fu piacevolmente sorpreso: si aspettava un’altra giornata infernale e invece…
“Allora, come stai oggi? Ti piace il nuovo lavoro?”
“Non ho fatto molto… A parte farti scappare. Dovresti chiedermelo fra una settimana.”
“Magari ci lasceresti per qualcosa più giovane!” Lorenzo scherzava, ma era così: Davide preferiva i ragazzini fra i diciotto e i vent’anni. Allo scoccare dei ventun anni li mollava.
“Scherzaci pure…” Sorrise imbarazzato Davide.
Lorenzo si sentì assalito da un’enorme felicità.

 

***

 

“Voglio riconquistare Davide!” Disse di punto in bianco a Dario che sputò tutti gli spaghetti che stava mangiando.
“Tu… Cosa?!” Dario era rimasto a bocca aperta.
“Voglio rimettermi con Davide.”
“No, dico… Sei pazzo?”
“Per niente. Mi rendo conto che sono passati tanti anni, ma i miei sentimenti non sono cambiati. Il sentimento intenso che mi toglieva il fiato nello scorgere il suo mistico sguardo è rimasto identico…”
“Ma ti sei ingoiato un Harmony?” Rispose Dario disgustato.
“Lasciamo stare, non capiresti.” Addentò il panino che aveva davanti.
“Non dire così. Lo sai che se c’è una persona che può capirti quella sono io.”
“Dai, cambiamo discorso, stasera che si fa? Qualcuno degli amici di Leo aveva proposto di uscire insieme. Che dici?”
“Bah… Si potrebbe fare.”
“Non usciamo da tanto. E io devo distrarmi da Davide o comincerò a pensarlo troppo e rovinare tutto.”

 

***

 

Lorenzo e Dario si diressero al Santo Bevitore per raggiungere Leonardo e i suoi amici.
Quando arrivarono, il loro collega era seduto con tre ragazzi carini la cui età era su per giù quella di Lorenzo.
“Aspettiamo anche un altro amico.” Esordì Beppe, uno dei tre.
“Sì, noi lo chiamiamo La Morte.” Continuò Andrea, detto Falcon.
“Non mi pronuncio.” Fece eco un altro Andrea, detto Lady Oscar.
Per circa dieci minuti La Morte venne nominato di continuo, fino a quando fece il suo ingresso nel locale.
“Ma io ci uscivo con La Morte!” Esclamò Lorenzo guardando i ragazzi.
La Morte era Davide Manetti.
“Ma allora è vera la storia che è stato con tutta Bologna.” Rise Beppe.
“Lorenzo.” Davide si chinò sul tavolo e salutò l’amico con un bacio. “Che ci fai qua?”
“Questo è quello che dovrei chiederti io.” Gli occhi del giovane redattore brillavano mentre osservava Davide sedersi dall’altro lato del tavolo.
Possibile che quei sentimenti a lungo sopiti si fossero risvegliati così intensamente? Voleva crederci. Lorenzo voleva aggrapparsi a quei sentimenti, perché erano l’unica cosa che ancora lo legava a Davide.
Davide osservava Lorenzo di traverso, i loro sguardi ogni tanto si incrociavano. Nessuno dei due aveva ben chiaro quello che stesse pensando l’altro, ma entrambi erano consapevoli di provare ancora qualcosa.
Quando Dario si avviò verso casa, Lorenzo decise di restare al locale con gli altri ragazzi.
Davide si sedette di fronte a lui e parlarono. Si raccontarono un sacco di cose, ma nessuna di queste veniva esplorata in profondità. L’uno taceva all’altro qualcosa.
Venne il momento di andare. Quando si divisero dagli altri, Lorenzo restò solo con Davide.
“Che bella serata, eh?” Chiese al suo vecchio amore.
Davide annuì con un cenno della testa.
Un enorme cartellone accanto a loro, attirò l’attenzione di Davide.

 

ANZIANI SCATTANTI

 

“Il manifesto della mia vita… Quasi quasi me lo porto a casa…” Disse il ragazzo fissandolo.
“Ma smettila, deficiente!” Rise Lorenzo. “Non sei così vecchio!”
“Volevo fare un po’ di ironia.”
Arrivarono davanti casa di Davide.
“Ti farei entrare, ma credo che Andrea stia già dormendo.”
“Ah, non avevo capito che tu e Andrea foste coinquilini.” Lorenzo si chiese se stesse parlando di Falcon o di Lady Oscar.
“No. Non l’Andrea che era con noi stasera. Dicevo Andrea, il mio ragazzo.”
Lorenzo vide sfocare per un attimo l’immagine di Davide.
“Ah… Ho capito.” Rispose imbarazzato. “Allora… Buonanotte.”
“Anche a te.”
Le loro teste si avvicinarono salutandosi con un bacio sulla guancia. Lorenzo indugiò un po’.
“Mi raccomando.” Disse poi passando una mano su una guancia dell’amico. “Fai il bravo, Davide, ok?”
Davide sorrise ed entrò nel grande portone di casa sua.
Lorenzo riprese la sua camminata verso casa. Quella frase “il mio ragazzo” gettata lì così… Voleva sprofondare.
Il vento gli carezzò le guance. Si strinse nella felpa. Chissà che aspetto aveva questo Andrea.
Entrò in casa e si sedette sul divano. Non aveva neanche acceso le luci. Guardò fuori dalla finestra. Un pezzo di Luna era visibile anche da lì.
Fabio si alzò nel cuore della notte.
“Giuro che prima o poi ti uccido!” Disse nervoso vedendo Lorenzo seduto al buio. “Pensavo fosse un fantasma.”
“Perdonami. Non mi sento benissimo.”
“Fammi indovinare… Come si chiama ti ha rifiutato.” Fabio non riusciva proprio a imparare il nome di Davide e questo sin da quando Lorenzo ci era uscito la prima volta.
“Non ho avuto neanche il tempo di farmi rifiutare. Convive con un certo Andrea. E io che pensavo…”
“Non poteva mica aspettare te in questi quattro anni.” La voce di Alex sembrava provenire dall’oltretomba. Se ne stava sulla porta della cucina, con una maschera di fango in faccia.
“C’eri anche tu quando io e Davide uscivamo insieme e sai benissimo come sono stato male.”
“Come ti ha fatto stare male, vuoi dire.”
“No. Non era mica una sua responsabilità. Il male me lo sono fatto da solo. Lui mi ha solo detto le cose come stavano. Stop.”
“Beh, anche tu. E lui aveva 29 anni, tu solo 20.”
“Non è una questione d’età!”
“No, infatti. Uno che è imbecille a vent’anni, lo è a trenta e a sessanta. E muore così. Giusto.”
“Uff! Sei una rompiballe! Davide mi piace e anche se sta con un altro non voglio gettare via i miei sentimenti.”
“Contento tu. Piuttosto, Giorgio che fine ha fatto?”
“Niente. Nessuna notizia. Ed io non lo chiamerò di certo!”
“Finalmente fai qualcosa di sensato!”
“E tu perché non lo fai facendoti i cazzi tuoi?” Lorenzo sorrise beffardo all’amico.

 

                                                    ***

 

Uno squillo nel cuore della notte.
Enrico rispose assonnato.
“Pronto?”
“Enrico. Sono tua madre.” Una voce gelida.
“Mamma… Che è successo…”
“Devi tornare a casa… Tuo padre. È morto.”
Enrico restò immobile in silenzio. Sua madre era stata sbrigativa come sempre e aveva riagganciato senza neanche salutarlo.
Diego, che si era svegliato a causa del suono del telefono, vide la schiena del suo ragazzo attraversata da un brivido.
“Prendo il primo treno.” Disse Enrico confuso.
“Che è successo?” Diego aveva la voce impastata dal sonno.
“Mio padre è morto.”
“Dobbiamo andare.”
“No. Andrò solo.”
Diego abbracciò Enrico.
“Se credi che ti lascerò andare da solo, ti sbagli alla grande.” Disse.
“Diego… Per mia madre sarebbe troppo.”
“Mica dobbiamo dirle che stiamo insieme.”
“Non è stupida.”
“Ma neanche noi. E mi sembra fuori luogo parlare di una cosa del genere in un momento delicato come questo.”
“Giusto. Dobbiamo sbrigarci…”
“Ci penso io. Tu resta fermo qui e calmati. Vedrai che andrà tutto a posto.”
Diego prese una delle valigie sull’armadio e la riempì di vestiti a casaccio.

 

***

 

Il mattino dopo, Erba sembrava desolata. Il silenzio su tutto.
La signora Lombardi, vestita a lutto, quasi impietosì Diego. Non voleva abbandonare Enrico da solo, ma doveva lasciarlo con la madre per qualche minuto. In fondo non si vedevano da quasi sei mesi e lui non aveva avuto neppure la possibilità di salutare suo padre.
Diego sapeva bene cosa si provava ad avere a che fare con la morte: sette anni prima, un tumore ai testicoli era stato un calvario. Oggi rideva e scherzava sull’accaduto, ma ai tempi avrebbe voluto distruggere l’universo. Fortunatamente, il dottore che l’aveva seguito si era rivelato un vero professionista e, anche grazie alla sua forza di volontà, Diego era riuscito a sconfiggere il cancro.
Per questo, anche se in ritardo, aveva deciso di intraprendere la carriera di medico: desiderava salvare delle vite come quel dottore coraggioso aveva salvato la sua. Contemporaneamente lavorava in redazione per pagarsi gli studi, ma un giorno avrebbe voluto davvero dedicarsi totalmente alla carriera medica.
Quando Enrico e sua madre uscirono dalla stanza, la donna si diresse verso la sua camera da letto.
“Che ti ha detto?” Chiese Diego ad Enrico non appena furono soli.
“Ha detto: ‘che cavolo ci fa un napoletano in casa mia? Siamo gente per bene!’. L’avrei uccisa. Mio padre è morto e lei pensa a una cosa del genere!”
“Forse è solo molto scossa. Non è facile trovarsi faccia a faccia con la perdita della persona che ami.”
“Non è questo. Lei e mio padre non si amavano più da anni. Ma, accidenti, mio padre aveva solo cinquantacinque anni!” Sbatté un pugno sul mobile vicino a loro.
Diego lo abbracciò.
“Sta’ calmo. Sono qua.”
“Grazie. Non saprei che fare con quella donna. Non pensavo potessero esistere ancora mentalità così retrograde.”
“Vedrai che capirà.”
“Non gli ho ancora detto che sei il mio ragazzo e già si comporta così. Quando lo saprà scoppierà il finimondo.”
“Aspettiamo e vediamo, no?”
Enrico sorrise. Il suo ragazzo sapeva sempre come farlo calmare. Ma lui sapeva che sua madre non si sarebbe di certo arresa all’idea di suo figlio con uno del sud. Il mondo esterno era nemico. Tutto. Specialmente quella parte che lei considerava povera.
Il funerale, che si svolse due giorni dopo, fu rapido e senza particolari cerimonie. Enrico avrebbe voluto dire qualcosa. Spendere qualche parola per l’uomo che non aveva potuto salutare, ma la madre si era opposta così fermamente che anche gli altri parenti avevano preferito, piuttosto che onorare la memoria del defunto, tranquillizzare la signora Lombardi.
Diego si stupì di quel comportamento: si poteva essere più freddi e insensibili? Osservava il profilo di Enrico nel suo vestito nero. Il suo ragazzo non gli era mai sembrato così bello. Voleva urlare a tutti che lo amava, ma non poteva.
Si vergognò di aver formulato un pensiero del genere proprio in un momento così triste.
Fu dopo la cerimonia che Diego ebbe una spiacevole sorpresa: la signora Lombardi aveva chiamato il figlio da parte e gli aveva ribadito che Diego non era ben accetto nella loro casa, specialmente dopo aver visto la notte precedente le effusioni particolari che si erano scambiati.
Diego non seppe mai cosa si dissero esattamente Enrico e sua madre, sapeva soltanto che poco dopo erano in macchina diretti di nuovo a Bologna. Enrico aveva giurato che non avrebbe mai più chiamato sua madre. Diego cercò di consolarlo, ma sapeva bene di essere impotente di fronte alla perdita di entrambi i genitori dell’uomo che amava.

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