In blue capitolo 11 – London rain (Nothing heals me like you do)

Insomma, è lunedì! Torna “In blue” col capitolo 11. Questa volta ci spostiamo a Londra e seguiamo Davide da solo. Tenetevi pronti perché quello che succede non vi piacerà…

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In Blue
Capitolo 11
London rain (Nothing heals me like you do)

 

Era passata una settimana da quando Davide e Luciano avevano discusso della possibilità per il primo di trasferirsi a Londra per due settimane per realizzare dei servizi sui locali gay londinesi, che già Davide era in partenza. L’aereo si era appena alzato in volo ma gli sembrava passato un secolo da quando era partito. Lorenzo ci teneva  ad accompagnarlo all’aeroporto e così aveva fatto, portando con sé anche il suo nuovo fidanzato, Eugenio. Davide lo trovava attraente ma sentiva che c’era qualcosa che non andava e si era trovato a disagio con lui.
Sull’aereo ripensava ad Andrea: non avrebbe voluto lasciarlo a Bologna, ma lui da lì a poco avrebbe avuto un esame e non sarebbe stato giusto distrarlo. Dal suo canto, però, Andrea non era affatto contento di restare da solo. Naturalmente lo aveva anche lui accompagnato all’aeroporto ma Davide avrebbe preferito partire senza nessuno che lo salutasse: non gli piacevano gli addii anche se erano per breve tempo. Lo mettevano a disagio e la presenza di Eugenio, un estraneo, aveva contribuito ancora di più.
Quando arrivò a Londra, lo accolsero i suoi amici Matt e Mark: due ragazzi che conosceva da un sacco di tempo e dai quali passava almeno una settimana ogni estate.
Non appena arrivò a casa dei due amici si spogliò pronto per fare una doccia ma era così stanco che si addormentò sul letto.
“Eppure è stata poco più di un’ora di viaggio…” Si disse mentre sprofondava nel sonno.
Si risvegliò che era notte fonda e i suoi due amici erano già andati a dormire lasciandogli la cena pronta con un biglietto che lo invitava a fare con comodo. Nel buio guardò l’orologio: erano già le due. Chissà cosa facevano Andrea, Lorenzo ed i suoi colleghi? Si sorprese nell’accorgersi del suo pensiero: non aveva legato molto con i suoi colleghi, perché gli venivano in mente? L’unico che si faceva in quattro per farlo inserire era Lorenzo. Perché non aveva pensato solo a lui? Si chiese se non si fosse affezionato a quelle persone nonostante la loro ostilità. In fondo, Luciano era un po’ il padre della situazione ma era poco presente avendo tre diversi siti web a cui badare e diversi impegni. Fabio ed Alex lo destavano. Dario lo odiava cordialmente, ma di tanto in tanto mostrava segni di gentilezza. Enrico era totalmente indifferente nei suoi confronti. Diego era gelosissimo del rapporto che Davide e Lorenzo avevano instaurato: cavolo, era fidanzato da anni con Enrico! Come poteva essere così trasparente? Forse credeva che i suoi sentimenti verso Lorenzo non fossero palesi, ma Davide capiva… Lui sapeva. E poi Lorenzo non sapeva nascondere le cose molto bene tanto che aveva finito per parlargli di tutta la faccenda. Leonardo, Barbara e Claudia si erano dimostrati, invece, gentili ma sapeva che Barbara lo avrebbe volentieri annegato se avesse potuto.
Mangiò pensando a tutto questo e non riuscì a riprendere sonno per tutta la notte. Telefonò ad Andrea, ma il suo cellulare era spento: probabilmente dormiva. Certo, erano le tre del mattino in Italia!
Tornò nella sua camera. Su degli scaffali c’erano dei fumetti: alcuni ce li aveva lasciati lui nelle sue precedenti visite. Altri erano lì da molto prima che lui ci mettesse piede. Prese un vecchio numero degli  X-men e si mise a leggerlo. Si stufò dopo poco: era il numero in cui Alfiere faceva la sua comparsa e lui odiava quel personaggio. Era stufo marcio di poliziotti bionici arrivati dal futuro nel presente per alterare il passato del loro futuro e così salvarlo. Si affacciò alla finestra e si accorse che stava piovendo. Una pioggia leggera che bagnava le strade: amava la pioggia di Londra. Lo rendeva malinconico ed a lui quello stato d’animo si adattava benissimo. ‘L’uomo della pioggia’ era un nomignolo che si era dato da solo quando si era reso conto che in tutte le occasioni importanti della sua vita era presente la pioggia: il giorno della sua prima comunione, la sua prima volta, quasi tutte le finali del campionato di Rugby, la morte di suo padre, il giorno in cui aveva conosciuto Andrea, il giorno in cui aveva conosciuto Lorenzo, la notte in cui lo aveva lasciato, il giorno in cui si era definitivamente messo con Andrea. Sua madre gli aveva persino detto che anche il giorno della sua nascita pioveva.
Uscì fuori dalla grande casa e si mise a girovagare. Londra era stupenda di notte, specialmente nelle notti di pioggia immersa nella nebbia e cioè quasi sempre, o almeno, quasi sempre quando Davide si trovava lì.
Si lasciò andare ai ricordi di un bacio lontano nel tempo: un ragazzo londinese di cui non ricordava neanche più il nome. Un vecchio amore.
Un tizio gli passò accanto in bicicletta.
“Ehi, amico!” Disse in inglese. “Ti bagnerai! Hai bisogno di un passaggio?”
Davide rispose di no e continuò per la sua strada lasciandosi bagnare dalla pioggia.
Rincasò alle sei del mattino e si infilò sotto la doccia. Finalmente riuscì a prendere un po’ di sonno e si addormentò sul letto, ancora una volta nudo e completamente bagnato.

                                                                         ***

Matt e Mark entrarono nella stanza e gli saltarono addosso. Ancora addormentato, Davide cercava di liberarsi dalla loro stretta. Che bello, pensò, in tutti quegli anni il loro rapporto non era cambiato per niente. Ancora continuavano, a trentatré anni suonati, a giocare alla lotta fra di loro. Conosceva Mark e Matt da circa sedici anni e loro già stavano insieme da due anni. Avevano faticato molto a farsi accettare specialmente dalla madre di Mark, che vedeva l’omosessualità del figlio come una conseguenza del divorzio da suo marito quando il figlio aveva solo tre anni.
I genitori adottivi di Matt, invece desideravano soltanto che il loro ‘bambino’ fosse felice ed avevano accolto Mark come un figlio. Anche Davide era sempre stato uno dei prediletti della famiglia di Matt: erano lontani amici di suo padre e lo avevano visto nascere prima di trasferirsi a Londra ed adottare il piccolo Matt. Oggi quei tre uomini, erano molto legati. Certo, in passato, la prima volta che era stato a Londra, Davide era stato geloso di Mark: voleva Matt solo per sé. Ma col tempo le cose erano cambiate naturalmente ed i tre si erano accorti di essere molto più legati di quanto immaginassero.
A colazione i tre si lasciarono andare ai ricordi. Matt non ricordava più la storia della gelosia di Davide. Mark, invece, ricordava di quella volta in cui si trovavano a Manchester e Davide era improvvisamente sparito e lo avevano ritrovato in atteggiamenti intimi con uno dei giovani guardiani del museo che erano andati a visitare.
Quando venne l’ora Matt e Mark uscirono per andare ai rispettivi posti di lavoro. Davide restò ancora un po’ a casa, preparandosi per bene. Sarebbe dovuto uscire la sera, momento ideale per andare in giro per i locali ad intervistare proprietari e clienti.

 

                                                        ***

Che Matt e Mark fossero eternamente stanchi, Davide lo sapeva benissimo ma che si sarebbero rifiutati di seguirlo in un giro turistico fra i locali gay di Londra, non se lo aspettava proprio.
“Sarò solo…” Si disse. “…Ma almeno non sarò distratto dal mio obbiettivo!”
Visitò tre locali intervistando i vari gestori e molti dei clienti. Nell’ultimo, ormai stanco, si fermò a bere qualcosa. Si perse ancora nei suoi pensieri.
Si accorse che due occhi lo stavano osservando e sembravano volergli penetrare l’anima. Due occhi di un azzurro intenso. Distolse imbarazzato lo sguardo e si concentrò sul suo cocktail. Ma quegli occhi ancora lo scrutavano: se li sentiva addosso.
“Sei solo?” Una voce in inglese.
Incontrò gli occhi azzurri del ragazzo che lo fissava poco prima, questa volta ad una distanza minima e sussultò.
Senza aspettare risposta quello gli si sedette accanto.
“Non sei inglese, vero?”
Davide, sorpreso, non riusciva a formulare parole in inglese. Si limitò ad annuire col capo.
“Noto che non conosci neanche bene la lingua…”
“Io parlo benissimo!” Sbottò.
“Mh, allora sai parlare!”
Ma perché tutti dovevano avere quell’opinione di lui, si chiese Davide. Perché tutti dovevano vederlo come quello che non riesce a parlare? Persino gli sconosciuti!
“Joel!” Fece il ragazzo porgendogli la mano.
“Davide!” Rispose lui ricambiando la stretta.
“Ok, David!”
“Non David: Davide!”
“Davide!” Sorrise Joel.
“Ti ho osservato quando parlavi con il proprietario…”
“Ah, sì?”
“Sì. Sembravi molto interessato al suo lavoro. Sarò sincero, ho ascoltato tutta la conversazione…”
“Sul serio?”
“Sul serio!”
“Ho anche visto che registravi quello che diceva. Cosa sei? Una specie di poliziotto?”
Davide rise.
“Chi sei?” Chiese ancora l’altro.
“Vuoi davvero saperlo?”
Annuì.
“Potresti restare deluso…”
“Correrò il rischio!”
Davide si divertiva: un poliziotto! Che razza di idee aveva quel ragazzino!
“Sono un semplice redattore di un sito web gay italiano!”
“Ah, sì?”. L’espressione di Joel era sul deluso: e lui che aveva creduto chissà cosa. Sorrise. Quel David o come diavolo si chiamava gli piaceva proprio. Gli osservò le braccia muscolose e forti. Due braccia che avrebbero potuto stringerlo con tutta la loro forza. Due vere braccia da uomo. E quel naso un po’ schiacciato, da pugile: un vero naso da maschio. E che dire della mascella squadrata? Sì, era indubbiamente un vero maschio. Si sarebbe volentieri lasciato fare qualunque cosa da uno del genere. Si sorprese di quel pensiero: lo aveva conosciuto da dieci minuti! Certo, lo osservava da prima, ma non pensava di potersene sentire così attratto. Aveva provato, in passato, attrazione per uomini appena conosciuti, ma mai lo avevano eccitato in quel modo: lo voleva totalmente.
“Ti sei bloccato?” Gli chiese Davide.
“No, scusami, ero solo sovrappensiero!”
“E a cosa pensavi?”
“Che sei stupendo.” Azzardò.
Davide lo fissò con la solita espressione che assumeva ogni volta in cui si trovava preso alla sprovvista: come se avesse visto il culo di un fagiano andare in fiamme proprio davanti ai suoi occhi.
L’altro alzò lo sguardo vergognato.
Muoveva le mani in una maniera sensualissima, Davide, mentre si toccava le gambe nell’attesa di capire cosa rispondere.
Alla fine il giocatore di rugby si arrese.
“G-grazie. Anche tu sei molto carino.”
Cazzo, hai trentadue anni, si disse, ed ancora ti vergogni quando qualcuno viene a farti un complimento!
“Vuoi da bere?”
“Perché no?”
“Cosa si beve lì in Italia?”
“Quello che bevete qui, credo!”
“E tu cosa bevi?”
“Un’acqua tonica!”
“Uff! Ed io che volevo farti ubriacare per portarti a letto!”
Davide arrossì di nuovo. Ormai, Joel si era lanciato: era deciso a portarselo almeno a letto.
Tornò con una birra ed un’acqua tonica.
“Allora… Hai qualcuno che ti aspetta in Italia?”
La mente di Davide corse ad Andrea.
“Sì. Mi aspetta il mio ragazzo.”
“Allora, sei già impegnato…”
“Eh, da anni, ormai!”
“Quanti?”
“Quattro.”
“Sono tanti!”
“Già! Ma dimmi un po’: quanti anni hai?” Davide si vergognò di quella domanda: rivelava secondi fini che non gli passavano neanche per l’anticamera del cervello.
“Diciotto!”
“Avevo ragione… Sei un ragazzino!”
“Beh, non ho i tuoi quarant’anni, ma non sono un ragazzino!”
“Quarant’anni? Ne ho soltanto trentadue!”
“Davvero? Sembri più vecchio!” Rise.
“Adesso devo proprio andare. I miei amici mi staranno aspettando!”
“Quali amici? Eri da solo!”
“A casa.”
“Allora abiti qui a Londra?”
“No. Resto solo per due settimane. Sono ospite di alcuni amici!”
Joel prese le mani di Davide.
“Non andare!”
Si guardarono.
“Mi dispiace… Mi aspettano!”
Davide sentì che le calde mani di Joel stavano per provocargli un’erezione: cos’era ad eccitarlo di quel ragazzino strano? Doveva andarsene. Subito.
“Posso, almeno, accompagnarti per un po’?”
“Hai deciso che non mi lascerai andare, eh?”
Joel sorrise.
Insieme si diressero fuori dal locale. La pioggia continuava a cadere sui marciapiedi di Londra.

                                                                                            ***

Camminavano riparandosi dalla pioggia battente.
“Abiti molto lontano?”
“A piedi devo camminare per almeno un’ora… Mi sa che chiamerò un taxi!”
“No! Perché non vieni a casa mia?”
Davide fissò quello strano ragazzo.
“Che hai da guardare? Ti sto offrendo la mia ospitalità!”
Davide non rispose. Pensò a loro due che facevano sesso nella stanza di Joel. Sentì il suo membro ingrossarsi nei pantaloni.
Joel lo notò. Prontamente, si avvinghiò a Davide e gli baciò il collo.
“So che lo vuoi anche tu.” Gli sussurrò a un orecchio. “Lo sento. Non puoi più tirarti indietro.”
Sfinito, Davide abbracciò forte Joel respirando l’odore di pulito che emanava. Aveva ragione il giovane londinese: ormai non poteva più tirarsi indietro. Chiese scusa ad Andrea mentalmente e, quasi inconsciamente, anche a Lorenzo.

 

                                                                       ***

Entrarono in casa di Joel.
“Come mai abiti da solo?”
“I miei genitori non erano contenti di me e me ne sono andato!”
“Ah! Sai, conosco un altro ragazzo che è andato via di casa per questo motivo!”
“Sai in quanti lo fanno?”
“Sì. Ma lui è speciale! Si chiama Lorenzo. È un mio ex ed, oggi, è anche il mio migliore amico…” Si sentì in colpa. Facendo sesso con Joel avrebbe tradito due persone: Andrea e Lorenzo. E se lo avessero saputo? Avrebbe avuto il coraggio di raccontare questo a qualcuno?
“E a lui racconterai di me?” Chiese Joel, come se gli avesse letto nel pensiero.
“Non credo. Non vado fiero di ciò che sto facendo. So di stare sbagliando…”
Intanto l’altro lo stava spogliando.
“Non stai sbagliando un bel niente. Non c’è niente di male in due persone che si piacciono e che se lo dimostrano.”
“Non se una delle due persone è impegnata con qualcun altro!”
“E tu credi davvero che il tuo ragazzo, lì da solo, stia pensando a te? Non credere in queste cose o finirai per pentirtene. Spogliami, adesso!”
Davide si avvicinò al corpo snello di Joel e gli sfilò il maglione.
L’altro si ficcò due delle dita del bell’italiano in bocca.
Davide andò in estasi. In preda alla sua libidine si tolse freneticamente i vestiti di dosso e strappò quelli di Joel: lo voleva. Lo desiderava. Desiderava quel corpo che odorava di pulito e che in solo mezz’ora era riuscito a sconvolgergli i sensi.
Prese a baciarlo velocemente e gli portò la testa fra le sue cosce.
Il membro eretto. Joel non aveva mai visto niente di simile. Lo succhiò, e lo succhiò ancora.
Si lasciò penetrare. Provò un dolore lancinante: era la prima volta che lo faceva. Ma non voleva farlo smettere: lo voleva. Lo voleva ancora.
Davide venne: un’esplosione di liquido. Joel lo seguì.
Quasi distrutti, si abbandonarono al sonno.
Ancora su Londra pioveva.

                                                                    ***

Si risvegliò fra le lenzuola ancora bagnate. Era mattino, o forse primo pomeriggio. Joel dormiva ancora. Lo osservò: un demone tentatore dall’aspetto angelico. Un  demone tentatore al quale era impossibile resistere. Gli carezzò piano, per non svegliarlo, i neri capelli. Si alzò e si diresse alla finestra: il tempo sembrava essersi rasserenato, solo una lieve pioggerella continuava a congiungersi alla terra.
Si sentì vuoto: era lì da soli due giorni e già si era arreso al suo maledetto desiderio sessuale che gli era costato Lorenzo e che mille volte aveva rischiato di fargli perdere Andrea. Perché gli esseri umani non riuscivano a vivere senza i loro istinti? Perché si dovevano complicare la vita? E cosa significava questo suo gesto? Che significato aveva quel ragazzo inglese per lui? Le sue domande si dissolsero nel nulla quando Joel gli baciò la schiena nuda.
Un brivido.
“Hai dormito bene?”
“Non mi sembra di aver dormito molto!”
Risero.
“Ma che ore sono?”
“Quasi le dieci.”
Una doccia veloce e poi fuori, ancora sotto la pioggia.
“Sei triste. Cosa c’è?”
“Sono preoccupato. Ho paura che tu ti sia illuso. Sai benissimo che fra noi non è successo niente. Niente che possa continuare. Niente promesse.”
Joel lo guardava. Gli si avvicinò e gli prese il mento fra le mani.
“Tu non hai capito niente. Non m’interessa avere promesse da te. Io volevo solo scopare e l’ho fatto. Stop. Per me puoi anche sparire e tornare se hai voglia di una scopata. Non conti niente!”
Davide restò basito: aveva affrontato simili discorsi innumerevoli volte con innumerevoli uomini, ma mai nessuno gli aveva risposto in quella maniera. Non se lo aspettava.
“Vedo che hai capito perfettamente.” Si limitò a rispondere guardando da un’altra parte.
Il silenzio scese su di loro. Continuarono a guardare le vetrine, poi si separarono. Sì, si sarebbero rivisti. Non c’era nessun motivo per non farlo: si sarebbero comunque rivisti.
Davide si abbandonò sulle sedie di un bar. Non era giusto: amava Andrea, perché si era comportato così? Ancora le stesse domande.
Ma era inutile: ormai il danno era fatto.
Una scelta come un’altra, si disse.

 

                                                      ***

 

“…E punta molto sulla clientela gay?”
“Sì. Non siamo esattamente un locale per gay, ma non ci importa della sessualità dei nostri clienti: siamo un locale giovane. Sarebbe ridicolo avere pregiudizi, no?”
Davide aveva sentito dire mille volte che il pregiudizio era ormai superato, ma quante volte la verità si era rivelata completamente diversa? Quante volte si era dovuto nascondere? Ma non era a Londra per sputare sentenze, doveva soltanto limitarsi a fare un reportage dei locali gay.
“Sei sempre da solo?”
Joel era dietro di lui.
“Cosa fai, mi segui?”
“Potrei dire la stessa cosa di te!”
“Guarda che io sto soltanto lavorando!”
“E io mi sto solo divertendo!”
Joel fece per andarsene.
“Scusami se ti ho trattato male.” Davide si sorprese di ciò che aveva detto: non aveva realizzato di sentirsi in colpa fino a quando non aveva visto il ragazzo. Gli occhi di quel ragazzino non scintillavano come la sera prima e, forse, la causa era proprio lui.
“Non preoccuparti, ci sono abituato. Solo non sopporto il fatto che tu, e chissà quanti altri, vi sentiate al centro del mondo! Vi odio!”
“Non sei un po’ cinico per avere diciotto anni?”
“Ne ho sedici!”
Davide avvertì un colpo allo stomaco.
“Hai sedici anni?”
L’altro si limitò ad annuire col capo, continuando a sorseggiare il suo Whisky.
“Non puoi bere! Hai sedici anni, cazzo!”
“Non capisco cosa te ne importi!”
Davide si rese conto di quanto quel ragazzino fosse fragile. Nascondeva il suo dolore con l’aggressività ed il cinismo, ma in realtà…
“Ti va di restare con me, stanotte?”
Joel era sorpreso dalle parole di Davide.
“Non scherzo. Me ne tornerò a Bologna al più presto, ma fintanto che sono qua mi piacerebbe passare il mio tempo con te.”
“E il tuo ragazzo?”
“Beh, lui magari chiuderà un occhio.”
Davide  sorrise. Come al solito, sapeva di stare andando incontro a quello che Lorenzo avrebbe definito un ‘vero bordello’: sicuramente da quella relazione ‘clandestina’ non  sarebbe nato nulla di buono. Sapeva che, una volta tornato nella sua Bologna, preso dai sensi di colpa avrebbe raccontato tutto a Lorenzo o, addirittura, ad Andrea stesso. Ma, ormai, non poteva tirarsi indietro. Che fosse giusto o sbagliato, alla fine, non era importante. In fin dei conti, lui ed Andrea avevano passato momenti ben peggiori ed a Lorenzo aveva fatto così tanto male che questa situazione, sperava, sarebbe passata inosservata. Quel che era importante per lui era non lasciare le cose a metà. Lo aveva già fatto troppe volte.
Sì, lo avrebbe fatto, anche se fra loro c’erano ben diciassette anni di differenza, anche se sarebbe durata soltanto una settimana ed anche se sapeva che non avrebbe dovuto farlo.
Posò sul tavolino di marmo il piccolo bicchiere di gin e strinse a sé Joel.
Voleva soltanto dargli del calore umano.

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