In blue capitolo 16 – Dancing

Sì, lo so, lunedì scorso mi avete scritto in mille perché non avevo postato il nuovo capitolo… Ma sono incasinato in questo periodo (e il blog di Sailor Moon mi assorbe molto!). Comunque, rieccoci! Siamo all’inizio di un nuovo capitolo. E da quando è arrivato Danilo qualcosa è cambiato per Lorenzo. Ma conosciamolo meglio questo Danilo…
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Negli episodi precedenti di In blue: Lorenzo Vanni è uno dei redattori del sito di informazione gay Mans men. Al suo arrivo a Bologna, quattro anni prima dell’inizio di questa storia, Lorenzo conosce Davide Manetti, aitante giocatore di rugby che gli rapisce il cuore e che, nonostante la brevità della loro relazione, rimane per il ragazzo l’uomo più importante con il quale abbia mai avuto una storia. Ma ecco che, inaspettatamente, Davide rientra nella vita del nostro protagonista andando a lavorare proprio per Mans men.
Nonostante l’iniziale ostilità, Lorenzo e Davide si rendono conto che possono costruire insieme una bella amicizia.
Nel frattempo, Lorenzo conosce Eugenio un affascinante poliziotto con il quale intraprende una relazione, fino a quando questo non gli rivela di essere sposato.
Intanto entra in scena Danilo, un giocatore di rugby etero che posa per Man’s men e che prova un’inaspettata simpatia per Lorenzo, che sembra ricambiarlo alla grande.
Al matrimonio della madre di Davide, fa la sua apparizione la moglie di Eugenio, Liliana, che chiede a Lorenzo di tornare insieme all’uomo.

Liliana: “Sei crudele! Eugenio mi aveva detto che sei una persona gentile.”

Lorenzo: “No, non lo sono.”

Lorenzo non vuole saperne nulla e questo sarà l’ultimo contatto che avrà con Eugenio e il suo mondo. Ora il ragazzo è pronto a voltare pagina.

 

In Blue
Capitolo 16
Dancing

 

L’orario era quasi arrivato: Danilo sarebbe passato a prendere Lorenzo da lì a poco.
“Esci con quello lì?” Fabio stava leggendo una rivista sul divano del salotto.
“Si chiama Danilo!”
“E tu ci scopi!”
“Fabio… Danilo è etero!”
“E come spieghi l’interesse che ha verso di te?”
“Potrebbe benissimo essere interessato a un’amicizia!”
“Non esiste!”
Lorenzo s’indispettì.
“Non m’interessa! Mi piace e mi sta molto simpatico: non voglio farci sesso!”
“Finirete a letto!”
“E tu all’inferno!”
“Almeno fa caldo! C’è di nuovo il gelo per le strade!”
“L’ho notato!”
“Comunque ribadisco che finirete a letto! O almeno lo farete in macchina. È  impossibile che un eterosessuale sia interessato ad un’amicizia con un gay… Dev’esserci qualcosa sotto!”
“Beh, io credo nei miracoli!”
“I miracoli non esistono.”
Uno squillo. Era Danilo. Lorenzo lasciò perdere la conversazione con Fabio e si precipitò in strada.
“Ah, l’amore…” Disse Fabio sospirando e voltando una pagina della rivista.

 

                                              ***

L’aria fredda gli gelava il viso e l’anima. Si accese una sigaretta e fece uno squillo al cellulare di Lorenzo.
Neanche un minuto dopo Lorenzo apparve sul portone.
“Ehi! Che velocità!”
“Non si fanno attendere gli amici!”
“Mi dai il tempo di fumare un paglino?”
Lorenzo annuì, anche se ci mise un po’ a capire che ‘paglino’ stava per sigaretta.
Danilo diede un paio di tiri alla sigaretta. Le sue sottili labbra erano quasi perfette. Lorenzo lo osservò sorridendo: da quanto tempo, si chiese, non usciva la sera con qualcuno senza secondi fini?
“Allora, dove andiamo?” Danilo spense la sigaretta a metà.
“Non lo so… Potremmo andare in centro.”
“Non è il caso… Non  saprei neanche dove parcheggiare. Non conosci un posto carino e silenzioso dove poter chiacchierare con calma?”
“No…”
Danilo rifletté un secondo.
“Bene! Lo conosco io!” Disse poi raggiante.
Lorenzo, mezzo congelato, fece per entrare in macchina.
“Ehi! Sta’ attento alla portiera!”
“Oddio! Non me la mangio mica!”
“No, lo so! Ma non sbatterla contro le altre macchine!”
“Paranoico!”

 

                                             ***

Danilo entrò dentro un piazzale enorme nel quale erano stipate decine e decine di macchine. Parcheggiò con calma e invitò Lorenzo a scendere stando sempre ben attento alla portiera.
Lorenzo si infastidì.
L’insegna luminosa che recava la scritta BOWLING non lasciava dubbi: quello era un posto in cui Lorenzo, almeno da solo, non sarebbe mai andato. Tranquillo e silenzioso non era la definizione adatta al Bowling di San Lazzaro.
“Birrino?” Danilo gli sorrise.
“Siamo qui per questo, no?”
“In realtà, non volevi conoscere la mia storia?”
“Anche. Ma sei tu che mi hai chiesto se mi andava di prendere una birra con te.”
“Ok, ok! Come vuoi tu!”
Si sedettero su uno dei tanti tavolini vuoti tutti bianchi e tutti uguali. Lorenzo osservava, attraverso il bicchiere della birra, il locale fumoso. Non era certo un posto nel quale poteva sentirsi a suo agio: già aveva notato due uomini nerboruti e ubriachi fradici, fare a botte. Il banconista, che non avrebbe potuto avere più di vent’anni, li guardava terrorizzato indeciso se chiamare il padrone o provare a fermarli lui stesso con il rischio di prendersi una sonora dose di botte.
“Non ti piace il posto?”
“Non è questo… È che sono teso.”
“C’entro forse io?”
“In parte sì! È da tanto che non esco con qualcuno che non abbia secondi fini.”
“Non preoccuparti. Non mi piacciono i maschi!”
Lorenzo rise: Danilo aveva un anno meno di lui, ma qualcosa gli faceva credere che l’anima di quel ragazzo fosse pura come quella di un bambino. Pura, semplice e completamente diretta.
“Allora, la cominci ‘sta storia o no?” Chiese.
“Tu comincia a bere… Non è una storia breve e magari rischi di annoiarti. Quindi è meglio se ti ubriachi prima!”
Lorenzo afferrò il bicchiere con la birra e ne tracannò un sorso abbondante.
“Comincia adesso!”
“Il giorno della mia data di nascita lo conosci, sorvolerò. Sono nato in una famiglia che appariva agli occhi degli altri come felice ed unita, ma che in realtà, non lo era affatto: i problemi interni, su cui sorvolerò, erano molti e troppo spesso avevano a che fare con i soldi o comunque con cose del genere, come le varie proprietà dei miei nonni paterni, e altri casini vari. Prima di me i miei genitori hanno avuto mia sorella Chiara. Ma di lei non te ne frega niente. È di me che t’interessa, no?”
“S-Sì!” Fece Lorenzo. “Egocentrico.”
“Bene. Cominciamo da questo: io sono cresciuto senza padre. Lui e mia madre si sono lasciati quando io avevo poco più di tre anni ed io di lui non ho quasi nessun ricordo…”
“Anche i miei hanno divorziato quando avevo appena tre anni.”
“Ancora una cosa in comune! Mi chiedo come possiamo essere così simili.”
Lorenzo rise.
“Anzi, Lorenzo Vanni, mi chiedo cosa mi hai fatto…” Continuò Danilo.
“Cosa hai fatto tu a me!” Fece Lorenzo quasi balzando in piedi.
Danilo sorseggiò la birra.  I suoi occhi scrutavano Lorenzo.
“Una magia!” Fece poi Lorenzo ridendo.
Danilo riprese a ridere.
“Continua…”
“Ma tu mi parlerai mai di te?”
“Non ho molto da raccontare…”
“Bugiardo! Lo so che nascondi un sacco di cose!”
“Magari un giorno te le racconterò…”
“Ok, un giorno…”
“Dai, che aspetti?”
“Ah, già! A che punto ero?”
“Che i tuoi avevano divorziato.”
“Sì. Allora, io, in realtà, non ho mai avuto una famiglia vera e propria. Come dire… classica! Mio padre praticamente è come se non esistesse, mia madre lavorava, e lavora tutt’oggi, così di me e mia sorella si sono occupati i miei nonni. Sì, i miei nonni sono stati i miei veri genitori. Li adoravo!”
“Adoravi?”
“Sono morti…” Danilo si fece scuro in volto. “Prima mio nonno e poi mia nonna… È  stato in quel momento, un anno fa, che ho capito quanto siamo soli. Perdere i miei nonni è stato tremendo. Ancora mi sveglio la mattina chiedendomi se oggi mio nonno verrà a prendermi e mi porterà a lavorare.”
Lorenzo ascoltava in silenzio. Assorbiva e assorbiva tutte quelle parole.  Parole tristi ma dolci. Parole che lo lasciavano di sasso. Una marea di parole.
“Ti sto annoiando, vero?”
“No, affatto!”
“Facciamo così! Fammi delle domande! Io non sono molto bravo a raccontare.”
“Ok! Fammi pensare… Quante ragazze hai avuto?”
“In che senso? Con quante ragazze ho scopato o con quante sono stato insieme?”
“La seconda!”
“Insieme soltanto due! Per scopare non ho mai avuto grandi problemi. Solo che ho sempre trovato delle gran galline senza cervello. Gente interessata soltanto al mio uccello! Le mie ragazze sono sempre state tutte così.”
“Ammetterai, Danilo, che sei un bell’oggetto da sfoggiare per una ragazza. Sei affascinante e anche sensuale. Tutte farebbero a gara pur di averti. O mi sbaglio?”
“Non lo so se ti sbagli. Non lo so.”
“Adesso continua! Parlami di loro, dai!”
“Sarebbe meglio cominciare dal mio primo amore. Si chiama Giulia. È una mia amica d’infanzia. Me la ricordo con in mano la sua bambola preferita: l’avevo incontrata in parrocchia. I miei famigliari erano soliti andare a messa la Domenica. Io ero costretto ad andare con loro. ‘Costretto’ , poi, è una parola grossa, diciamo pure che era una piacevole abitudine ma che alla lunga mi stancava. Sai, io da piccolo, cioè a dodici o tredici anni, non ero molto tranquillo: ero quasi esasperante nei confronti di chi mi stava attorno. Soltanto, non parlavo mai. In ogni caso: a metà della cerimonia di solito sgattaiolavo via. Una Domenica d’estate, ero appena uscito dal portone della chiesa e la vidi: piccola e fragile che piangeva. Aveva un anno meno di me. Stringeva al petto una bambola di pezza che gli aveva cucito un suo compagno di classe. Sì, uno con cui stava. Uno che non ho mai visto… Mi fece rabbia vederla così: non la conoscevo ma c’era qualcosa in lei che mi faceva tenerezza. Mi chiese chi ero. Poi si ricordò che mi vedeva tutte le domeniche in Chiesa. Mi disse anche che sapeva chi era mia madre. Mi sentii felice: allora mi aveva visto! Mi aveva notato! Ero al settimo cielo: l’assurda illusione di un ragazzino di dodici anni. Finì la messa e mia madre interruppe quell’estasi con il suo arrivo. La salutai e le chiesi se ci saremmo rivisti la Domenica successiva.
Mi rispose che veniva in Chiesa tutte le domeniche con suo nonno e che, forse, ci saremmo rivisti.
Era il periodo in cui i miei ormoni erano completamente impazziti per la prima volta ma, stranamente, non avevo avvertito il minimo stimolo sessuale o desiderio: era la prima volta in cui mi succedeva una cosa del genere. Pensavo di essere diventato una femminuccia!”
“Ah! Ah!Ah!”
“Che ti ridi?”
“Sei assurdo! Già a quell’età il tuo orgoglio di maschio non ti permetteva di provare dei sentimenti che non fossero mera attrazione sessuale!”
“Ma scusa, per te non era così?”
“Beh, sì! Ma non mi sono creato il problema di quello che provavo: c’era e basta!”
“Eh, per me non era così! Ricordo i magoni tutte le volte in cui la incontravo per strada o in cui la scorgevo in chiesa… Ogni volta che i nostri sguardi s’incrociavano… Oppure ogni volta che i miei amici si mettevano a parlare di lei…”
“Ma, alla fine, gli hai confessato di amarla?”
“Vuoi davvero saperlo? No! Non ci sono riuscito e neanche adesso… Ancora oggi, ho di Giulia una percezione completamente diversa da quella che ho per le altre ragazze: provo un gran desiderio di proteggerla, una gran voglia di stringerla, nulla di sessuale… Ma non ho mai avuto il coraggio di confessarglielo… Non credo che ce la farò mai… Sono un codardo…”
“No, non lo sei affatto! Non hai ancora rinunciato all’amore. È per questo che non riesci a dirle esattamente ciò che provi. Hai paura, Danilo, paura di un rifiuto e della possibilità che la tua ‘assurda illusione di ragazzino dodicenne’ s’infranga per sempre. Non devi avere fretta.Non devi rinunciare alla possibilità anche remota che lei possa amarti. Devi prenderti il tempo necessario: forse un giorno riuscirai ad aprirti a lei completamente.”
“Penso che non mi abbia mai neanche pensato in quel senso. Credo di essere soltanto un buon amico… In fin dei conti, ha avuto tanti ragazzi.”
“Non significa nulla! Anche tu hai avuto delle ragazze!”
“Non ci avevo mai pensato!”
“Sei troppo a senso unico: dovresti provare a metterti nei panni degli altri!”
“Hai ragione. Ma non ci pensi a certe cose quando sei accecato dalla gelosia! Ogni volta che la vedevo con qualcuno che non ero io mi sentivo strappare il cuore dal petto!”
“Con quei pettorali ce ne vuole di forza prima di riuscire a strapparti il cuore!”
“Idiota!”
“Hai mai pensato alla possibilità che potesse essere lesbica?”
“No, mai! Non ho mai avuto a che fare con degli omosessuali prima di te!”
“Danilo… Mai è una parola grossa! Sai in quanti non te l’hanno detto ma lo erano?”
“Ok! Posso continuare adesso?”
“Permesso accordato!”
“Insomma, il pensiero per Giulia, Giulia e soltanto Giulia è durato fino ai quattordici anni: ho avuto delle ragazze in quel periodo, ma erano tutte bambinette alle quali interessava soltanto giocare. Niente di serio, insomma, e niente che mi abbia lasciato qualcosa dentro. Voglio dire, nel profondo. Né bene, né male. Questo fino all’estate dei miei sedici anni.”
Danilo sorrise e bevve un sorso di birra. I due uomini avevano smesso di litigare ed erano usciti dal locale ridendo. Il banconista era immensamente sollevato.
“Di quello che sto per dirti mi vergogno un po’. Ok! Te lo dico ma non ridere. Va bene?”
“Va bene! Va bene!”
Danilo arrossì ed abbassò lo sguardo.
“Io… Fino a sedici anni, ero… Ecco… Vergine.”
“Era questo il problema? Guarda che non mi sembra una cosa così brutta… Io la mia prima volta l’ho sprecata con un  mio compagno di classe delle medie e solo per curiosità! Dico, almeno la tua prima volta è stata splendida. Adesso smettila con le tue inibizioni: sai benissimo che io non ho nessun tipo di pregiudizio. Continua ora…”
“Cosa pensi di me?”
“Stai cominciando ad entrarmi dentro…”
“Oddio! Smettila! Sembra quasi che stiamo avendo un rapporto sessuale!”
“Una specie!”
“Ma… Il rapporto sessuale è fisico! Noi… Non ci stiamo nemmeno toccando!”
“Appunto! È questo che mi turba! Ora continua.” Lorenzo non riusciva a credere a quello che stava dicendo: quel ragazzo gli tirava fuori dalla bocca cose che non avrebbe mai detto in circostanze normali.
“L’estate dei miei sedici anni. Mi ricordo che frequentavo una scuola dove erano tutti fighetti e se non ti uniformavi a loro eri automaticamente fuori. E, come immaginerai, io ero escluso. Da loro e, spesso, dai professori. Inoltre, proprio in quel periodo ero diventato veramente insopportabile: un teppista in confronto a me non era niente. Sorvolerò su tutto e ti parlerò di quello che successe quell’estate. Finalmente erano arrivate le vacanze estive: mio nonno aveva deciso che saremmo andati a Rimini in vacanza. Affittammo una casa e partimmo: io, mia madre, mia sorella, mia zia, mia nonna e ovviamente mio nonno.
I primi giorni furono asfissianti: pensavo a Giulia e non riuscivo a togliermela dalla testa. Adoravo il mare ma, come mi succede con tutto quello che mi circonda, dopo un po’ finii per averne a noia. Eppure, non potevo fare a meno, ogni giorno, di raggiungere la spiaggia e restare immerso per ore, senza accorgermi del passare del tempo. Non ricordo come, ma finii a conversare con una ragazza, Erika. Conversare per modo di dire: era polacca e parlava poco l’italiano. Inutile dire che io non parlavo una parola di polacco e l’inglese era ancora uno sconosciuto, praticamente. Eppure, qualcosa fra di noi era successa: era riuscita a farmi quasi dimenticare Giulia. E una sera ci baciammo. Un bacio dolce, ma soffocante. Una sensazione stupenda, ma quella volta, non c’era nulla di casto e puro. Nulla che mi lasciasse pensare che non sarebbe successo. E successe: io ed Erika, che era più grande di me, avevamo raggiunto in meno di una settimana, l’apice. Io ero presissimo e anche lei. Una notte, il quindici d’Agosto, mi trovai in casa sua: non c’era nessuno, i suoi erano fuori per festeggiare il ferragosto. Ho chiaro in mente il momento in cui spense la luce: lei lo aveva già fatto ed era pronta. Non gli dissi che ero totalmente inesperto, almeno non all’inizio. E infatti, fu un disastro: ero così impacciato che venni quasi subito. Eppure, non so perché, ma lei era più che soddisfatta. Lo facemmo ancora. Sarò sincero, non usai il preservativo: non erano minimamente programmati a quell’età. Li vedevo soltanto come un limite al sesso.” Lasciò il bicchiere e cominciò a tamburellare con le lunghe e sottili dita sul tavolo. “Non lo so perché ti sto raccontando queste cose… Le scriverai?”
“Un giorno. Forse… Non voglio rischiare di far soldi con le tue ferite! Comunque, come modello non sei niente male. Dovresti finire su Vogue!”
“Mi trovi così bello da pensare che possa apparire su Vogue?”
“Se ti dicessi di no, ti incazzeresti.” Scherzò Lorenzo. “Quindi diciamo pure di sì!”
“Posso continuare?”
“Abbiamo finito le birre! Ti va un caffè?”
“E vada!”
Lorenzo si alzò dal tavolo e pensò che quel ragazzo le cui ferite dell’anima erano così profonde da renderle quasi visibili, gli piaceva proprio. Era una sensazione strana. Qualcosa di già provato, ma dimenticato. Qualcosa che, forse, somigliava all’amore ma che lo superava di gran lunga. Inutile dargli un nome, sarebbe stato come voler abbracciare l’universo. Tornò con i due caffè ed impose a Danilo di riprendere a parlare.
“Dunque: abbiamo fatto l’amore. Non riesci neanche ad immaginare la sensazione di potenza che provavo. Fra me ed Erika le cose continuarono ad andare bene. Da quella sera famosa, fu un continuo fare sesso, da me o da lei, o in spiaggia, dovunque ci trovassimo soli. Eppure fu breve: a Settembre ci separammo. Ci eravamo promessi, ingenuamente, di rivederci l’estate dopo e di continuare a sentirci per telefono o di scriverci. Però, tornato a casa, Giulia era sempre là. E capii che anche se l’avevo relegata in un angolo della mia mente non l’avevo affatto dimenticata. Anzi, il mio amore era forse più forte di prima. Mi resi conto della prima bugia della vita: ‘la lontananza fa sì che due persone si dimentichino l’una dell’altra ed il tempo cura le ferite’. Non era, e non è, così. La lontananza aveva acceso in me un nuovo fuoco e le ferite, sono sicuro, me le porterò fino alla tomba fosse anche come cicatrici, ma sempre con me.
Ripresi la scuola, un anno bruttissimo in cui successe di tutto ed in cui diventai ancora più irrequieto, ma sempre più silenzioso e chiuso in me stesso e nel mio universo.
Io ed Erika continuammo a sentirci per un paio di mesi, ma all’improvviso, tutto finì e senza una spiegazione. Parte del processo, insomma. Inconsciamente sapevo che sarebbe finita così. E mi arresi agli eventi. E Giulia la vedevo sempre meno spesso: eravamo presi dai nostri impegni. Fu in quell’anno che cominciai a giocare a Rugby  e che incontrai il tuo adorato Davide sul campo da gioco per la prima volta. Se mi avessero detto che era gay non ci avrei creduto. Un avversario temibile. E, forse, lo è ancora oggi. È da più di due anni che non siamo faccia a faccia sul campo: ogni volta succede qualcosa che mi impedisce di giocare. Ricordo che Manetti era come una furia: quando giocava pensava soltanto a quello. Non guardava neanche gli altri giocatori in faccia: sul campo c’erano soltanto lui ed il pallone.
Ma torniamo a quell’anno: strinsi l’amicizia più grande della mia vita. Riccardo, il mio migliore amico. Anche lui giocava a Rugby, poi un brutto incidente sul campo da gioco lo ha costretto a smettere di giocare. Anche io avevo lasciato perdere il rugby dopo quel fatto. Ma tornai in campo, più forte che mai. Ancora oggi io e Riccardo continuiamo ad essere amici, anche se il tempo ha cambiato molte cose del nostro rapporto. Ma non ti sei stancato?”
“No! Anzi! Continua!”
“Che matto!”
Una risata.
“Dunque: in quel periodo ho avuto un sacco di ragazze. Scusami se sottolineo sempre ‘ragazze’, ma ci tengo a far sapere che sono etero!”
“Danilo… lo sanno tutti! Smettila e rilassati!”
“Ok, ok!”
Danilo si spinse indietro e sorrise a Lorenzo.
“Io…” Riprese. “Volevo soltanto Giulia. In quegli anni ero totalmente disinteressato alla vita. Riccardo fu un grande aiuto alla mia solitudine. Non mi sentivo, e tutt’ora non mi sento, parte di questo mondo.”
“Adesso raccontami cosa successe dopo…”
“Successe che Riccardo s’innamorò di Giulia! Immaginati come mi sentivo dentro: non potevo dirgli che ero innamorato di lei! Era il mio segreto. Il mio dolore da non condividere con nessuno. Nessuno avrebbe dovuto sapere ciò che io provavo per lei. Perché se lei lo avesse saputo avrei rischiato d’impazzire. E mi decisi a soffrire in silenzio nell’attesa che lui, da sempre più intraprendente di me, si dichiarasse. E successe anche questo: si dichiarò. Inaspettatamente. Con mia gioia, lei lo rifiutò, eppure mi consideravo un bastardo: avevo gioito della sofferenza di qualcun altro! Avevo gioito del dolore del mio migliore amico! Che essere infame che mi sentivo! Sicuramente, qualcuno c’era già a proteggerla ed a scaldarla. E se anche fosse stato Riccardo, non avrebbe fatto alcuna differenza: ne sarei stato soltanto più consapevole. Eppure, pensavo a una speranza. Ero felice, fino a quando la incontrai con un ragazzo alla festa di compleanno di un’amica comune. Era come se in una via oscura, una stella cadente avesse illuminato tutto per un attimo e poi avesse lasciato nuovamente quella via alla sua oscurità.
Cominciai a ubriacarmi per gioco e giunsi ai diciotto anni in uno stato quasi pietoso. Neanch’io ricordo come feci a superare l’esame di maturità. A ogni modo ce la feci e questo mi infuse nuova speranza e fiducia in me stesso. Ripresi la mia solita vita, fra scopate, amici e Rugby.
Te lo dico ora: da quando ti conosco ho smesso di ubriacarmi e il perché non lo so. Dal momento in cui ho messo piede in redazione non ho sentito più il bisogno di farlo.
A vent’anni, m’iscrissi all’università: mi piaceva, ma c’erano dei conti che non mi tornavano. Cominciai a sentirmi stretto nei panni universitari. Immaginerai il casino che mia madre ha piantato quando le dissi chiaramente che non avevo più nessuna intenzione di continuare a studiare: il brillante futuro di suo figlio era diventato all’improvviso un enorme dubbio. Se tu conoscessi mia madre finiresti per odiarla: è talmente impicciona che spesso ho l’istinto di ucciderla! Eppure, so che senza di lei una parte di me verrebbe a mancare. È giovanile, splendida quasi. Soltanto un po’ bigotta. Sono sicuro che ti considererebbe un malato: lei è molto religiosa e sai come la pensa la chiesa su questo… Su voi omosessuali! Però, forse finiresti per amarla: magari gli faresti una tenerezza assurda e ti prenderebbe a cuore cominciandoti a vedere come un figlio. In quel caso, sarebbe così amabile che potresti soltanto adorarla. Io, purtroppo, non riesco mai a dirgli ti voglio bene e spesso lei pensa che io provi indifferenza nei suoi confronti. Ma non è così! Credimi, Lorenzo, non è affatto così! È che non riesco mai a dimostrare alle persone che gli voglio bene: mi sento talmente ridicolo e idiota da non accorgermi che con la mia finta indifferenza faccio soltanto del male a chi mi sta intorno.
Nel periodo in cui lasciai gli studi mi sentivo di merda: mia sorella continuava i suoi progressi all’università e venivo sempre da tutti paragonato a lei. Non ne potevo più. Decisi di mettermi a lavorare. Non sapevo cosa fare: cominciai a lavorare in dei fast-food, ma non riuscivo a concentrarmi sul lavoro, ero sempre preso da altro, sempre da un’altra parte. Una notte, mio nonno rimase fermo con il suo furgoncino fra le montagne. Lo raggiunsi con la macchina. Individuai il guasto in un attimo e lo misi a posto.
Mi decisi: volevo fare il meccanico. Amavo, ed amo, le macchine: sarebbe stato quello il mio lavoro. Eppure volevo anche scrivere. Sì, scrivere. Ma non mi si è mai presentata l’occasione. Finii per lavorare in un’officina. Fu in quel periodo che scoprii i boschi: una notte, non riuscivo a prendere sonno e restai a parlare con mio nonno sul balcone di casa. A un certo punto lui, che si chiamava come me, mi chiese se volevo vedere una cosa. Incuriosito e allettato, dati i rari momenti, ormai, in cui potevamo stare soli, accettai e andai con lui sui colli: mi mostrò un posto solitario e alberato dove l’aria era così fresca e densa che risultava quasi palpabile. Rimasi folgorato da quel posto: mi raccontò che era il suo rifugio. Veniva qui quando si sentiva stanco della vita cittadina e del peso del mondo. Quella notte mi regalò la sua ascia con la quale tagliava la legna: tutt’ora è una delle cose che ho più care.
Presi l’abitudine di andare là anch’io. Restavo intere notti fra quei colli e spesso ci andavo soltanto per piangere, commosso com’ero dallo splendore della natura e consapevole del regalo che avevo ricevuto da Dio o da chi per lui. Perché anche se ci credo, non lo so se c’è: è un po’ come credere agli alieni. Ma ti rendi conto? Per culo, soltanto per culo, fra milioni di spermatozoi che avrebbero potuto fecondare chi ci ha concepito, siamo capitati proprio noi. Se uno soltanto di noi due, o nessuno di noi due, fosse riuscito a nascere, oggi non saremmo qua. Mi sento immensamente fortunato. Anche se odio mio padre perché mi ha abbandonato, anche se ce l’ho spesso con mia madre o col mondo intero, non cambierei con nulla tutto quello che mi provoca l’essere vivo. Così totalmente vivo da riuscire a parlarne con te davanti a una birra o un  caffè, in un posto di merda dove ci sono altri vivi come noi che lo rendono meraviglioso.”
“Ci sei e consapevole di esserci.”
“Cos’hai detto?”
“Ho detto che tu ci sei e sei consapevole di esserci. Non sei come tutti quelli là fuori, con cui ho a che fare ogni giorno, che non si rendono neanche conto della fortuna che hanno. Tu ci sei, ripeto, e sei consapevole di esserci. Tu sei vivo e lo sai. E non ti rendi conto di quanto io abbia desiderato incontrare un essere umano come te!”
“Me ne sono reso conto subito! Tu cercavi qualcosa che non avevi. I tuoi occhi erano sempre in cerca. Oggi so il motivo: cercavi qualcuno che fosse come te. Qualcuno che capisse i tuoi messaggi mentali e i tuoi stati d’animo. Qualcuno che non ti donasse amore, ma l’universo. Lo so, Lorenzo Vanni, lo so. Stasera ho capito cosa mi hai fatto. Sei come me. Uguale nello spirito e nella mente. E consapevole anche tu di esistere. Quando ti guardo, scorgo nei tuoi occhi i miei boschi e le mie montagne. Sei la prima persona con la quale riesco a parlare, come riesco a parlare al muto universo. Sei i miei boschi e le mie montagne e come loro mi commuovi.”
“Voglio soltanto continuare a sentirti raccontare fino alla fine…”
“Se è questo che vuoi, da adesso non mi fermerò più!”
“È questo che voglio!”
“Mio nonno era sempre lo stesso: uscivamo, veniva a trovarmi in officina, addirittura certe volte mi pregava di farmi accompagnare ed io lo lasciavo fare: è sempre stata una presenza splendida e solare nella mia vita. Finché una mattina di due anni fa, non lo trovammo morto. Nessuna sofferenza: morte naturale, ci dissero i medici. Eppure, quella notte avevo dormito con lui e nel mio dormiveglia sentivo il calore del suo corpo, nel letto che aveva appena lasciato. Lo trovarono mia madre e mia nonna nella sua poltrona preferita. La poltrona accanto alla quale mi sedevo, culo al pavimento, e stavo ad ascoltarlo o a guardare la televisione con lui.
Fui svegliato dal pianto di mia nonna e dalla voce stranamente distante di mia madre che tentava di consolarla. Quando vidi il corpo di mio nonno così immobile, non riuscii a versare una lacrima, eppure il mio ‘io’ urlava e voleva andare con lui: l’unica presenza veramente vera nella mia vita. L’unica persona che mai mi abbia dato dei consigli e l’unica persona con la quale io sia mai riuscito a parlare. E da quel momento non c’era più: o, meglio, c’era. Ma non avrei più potuto toccarlo, o parlargli, o litigarci.Quella notte, lasciai tutto ed andai sui colli, nel suo rifugio, con il suo furgoncino e piansi, piansi fino a prosciugarmi l’anima. E lo avvertii: sentii mio nonno. Lui era là. La sua presenza era chiara e percettibile da chiunque avesse avuto a che fare con lui durante la sua vita. Lo sapevo, voleva restare per sempre in quel posto che considerava suo. Il posto che ogni essere umano anela: un posto da considerare il proprio posto. Lo salutai per l’ultima volta, ma totalmente sicuro che sarebbe rimasto con me anche se certe volte non ce l’avrei fatta a sentirlo presente. Mi ricordai del pacco di sigarette dentro il cruscotto: le sue sigarette. Le presi, ne accesi una e fumai. Piansi ancora, ma questa volta mi feci forza: la sua anima si ricongiungeva alla mia che, per quanto figlio di mio padre e mia madre, in parte ero anche figlio suo.
Durante quei giorni entrò nella mia vita Valentina. L’ultima ragazza che io possa considerare tale.
Lei, bellissima, non mi aveva degnato di uno sguardo alla festa di compleanno di Riccardo. La incontrai di nuovo durante un fine settimana in montagna con gli amici. Si ricordò di me e questo mi rese felicissimo.
Giulia era quasi sparita come presenza fisica nella mia vita, ma il sentimento provato per lei continuava ad esistere e, soprattutto, a resistere dentro di me. Quella notte in montagna, però, non la pensai minimamente e questo succedeva da un bel po’: gli unici momenti in cui ricominciavo a pensarla erano quando la incontravo o quando aveva bisogno di me per qualcosa.
Dicevo, Valentina. Lei mi chiese di andare a bere una cioccolata alla baita vicino a dove alloggiavamo. Inutile resistere all’invito di una donna: non lo farei mai!
L’accompagnai alla baita e parlammo un po’. Mi folgorò: i suoi occhi erano caldi ed espressivi ed il suo sguardo sensuale e sfuggente. Mi rendevo conto di quanto bella fosse. Mi chiesi se una del genere con me ci sarebbe stata. Non sapevo che, in quel momento, anche lei si stava chiedendo la stessa identica cosa. Mi chiedeva perché me ne stavo zitto. Non sapevo cosa rispondere: non volevo essere banale ma con le mie risposte evasive dimostravo ancora di più di esserlo. Insomma, un disastro su tutta la linea! Ed invece, una settimana dopo, fu lei a telefonarmi e a chiedermi di uscire. Mi ero quasi dimenticato di lei: ero così preso dalle mie partite e dal lavoro che avevo finito con il distrarmi dal mio obiettivo, cioè portarmela a letto.
D’altronde per me era una sconosciuta. Certo, una con cui avevo passato una bella serata a chiacchierare e che aveva stimolato il mio lato animalesco, ma nient’altro. Anche se il mio fine ultimo non è sempre fare sesso, ormai dovresti averlo capito bene.”
Lorenzo rise.
“Comunque, ci demmo appuntamento per quella sera stessa. Una serata assolutamente ridicola: un panino veloce in un pub, una birra e poi… E poi mi portò a casa sua. Ecco, lì avvenne il fattaccio: me la scopai con tutte le forze. Mi aveva talmente eccitato che finii per non capire più niente.
Decidemmo di continuare a vederci: che ci costava? Ma più il tempo passava e più ci facevamo vicini e così, volenti o nolenti, diventammo una coppia. E cominciammo a comportarci esattamente come dei fidanzati: con regali per le feste comandate, i fine settimana insieme e tutte le varie stronzate che due persone devono fare quando stanno insieme. Non che mi dispiacesse, anzi! Ma se da un lato finii per innamorarmi tanto di lei, dall’altro alcune cose mi pesavano. Come il fatto che dovesse sempre sentirsi dire frasi d’amore: secondo me non ce n’è bisogno. So che non sarai d’accordo, ma per me è così. Dovevo andare da tutte le parti con lei: anche in posti dove la mia presenza era assolutamente superflua, anzi, certe volte ero addirittura di troppo.  Mi sentivo come hai detto tu: un bell’oggetto da sfoggiare. Non mi andava giù e le cose fra di noi cominciarono a precipitare. Eppure l’amavo e continuavo ad amarla.
In quel periodo mia nonna si ammalò: lo shock per la morte di mio nonno l’aveva quasi fatta impazzire. Lei morì fra sofferenze atroci: tanto che pensai che fosse una liberazione. Non tanto per me, anche se ammetto di averlo pensato, ma per lei. Non poteva più vivere senza mio nonno e soprattutto in quello stato.
Le cose fra me e Valentina non andavano affatto bene.
Nella mia officina si era presentata una ragazza di circa trent’anni, sposata, con due figli. Aveva bisogno della riparazione della sua macchina. Dopo quel giorno, continuò a venire in officina. Si chiamava Iva e ci provava continuamente.
In realtà, io ero molto preso dalla situazione. Ma non volevo affatto che fra me e Iva succedesse qualcosa. Eppure lei continuava a insistere e a mandare messaggi su messaggi al mio cellulare.
Un giorno, stanco della situazione, la baciai e le dissi che oltre a questo non saremmo potuti andare. Inutile: era impazzita. Una mattina dimenticai il mio cellulare a casa di Valentina e lei lesse tutti i messaggi che Iva mi aveva mandato. Fu inutile spiegarle che fra me e Iva non era successo niente. Decidemmo di lasciarci comunque la cosa alle spalle e io allontanai definitivamente Iva. Finché un bel giorno, bello per lei, mi ha lasciato. E lo sai perché? Perché nel periodo in cui sono stato male per la morte di mia nonna ha conosciuto un tizio… Non uno qualunque, ma uno ricco, un conte di nonsoché e mi ha lasciato per stare con lui. E lui è orribile! Mi sono disperato per un sacco di tempo. Ma pian piano, a distanza di un anno, sono tornato a vivere. Non hai idea del dolore nell’incontrarli insieme. Oltretutto, lei è amica dei miei amici e io spesso sono costretto ad essere presente ad alcune serate dove lei e il suo piccolo Lord di merda sono presenti. Sai, Lorenzo, non l’ho ancora dimenticata…”
“E Giulia?”
“Anche lei continua ad essere sempre nella mia testa e gira, gira nei miei pensieri come un chiodo fisso, ma ormai non la incontro quasi più e so che ha anche un ragazzo.”
Il banconista si avvicinò al tavolo.
“Ragazzi, mi dispiace disturbarvi, ma il locale sta per chiudere.”
Lorenzo guardò l’orologio: erano già le tre del mattino.
Si alzarono e si diressero all’uscita. Lorenzo aprì le porte del bowling, lo spettacolo che gli si parò davanti era meraviglioso: tutto era coperto completamente da neve bianca e soffice.
“Lorenzo, nevica!”
“Ho… Ho visto…”
“Sono così felice che potrei piangere!”
Lorenzo si chinò e raccolse un po’ di neve a mani nude.
“Non vorrai tirarmela addosso?” Gridò Danilo mentre tentava di scansare il presunto colpo. Lorenzo si avvicinò a lui.
“Ho trovato una cosa nell’universo che è quasi identica a te.”
Danilo sentì il cuore scoppiargli: non pensava che nel mondo potesse esserci qualcuno che aveva un’idea talmente raggiante di lui.
“Sali in macchina, cretino!”
Lorenzo obbedì.
Danilo trovò un messaggio nel cellulare. Era Riccardo.

Spero che tu possa rivivere i vecchi tempi ed essere felice come lo eravamo noi un tempo, con la persona di cui mi hai parlato. Mi mancano quei giorni, amico mio.

“Chi era?” Chiese curioso Lorenzo.
“Riccardo. Gli avevo detto che sarei uscito con te e che sei una persona splendida.”
Lorenzo arrossì e non parlò più.
Non si scambiarono neppure una parola nel tragitto dal bowling a casa di Lorenzo. Eppure, entrambi avevano la consapevolezza di non essere più soli e che, finalmente, avevano trovato qualcosa a cui aggrapparsi. E nei momenti in cui la vita si faceva più nera si sarebbero potuti sostenere l’un l’altro.

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